L’industrializzazione…. a Montorio


La FilandaL’industrializzazione…. a Montorio

Ancora a metà Ottocento, i 4/5 della popolazione veronese era legata al settore agricolo e mancavano realtà industriali significative sia per forza motrice che per numero di addetti.Un aspetto che caratterizza la città di Verona, soprattutto dopo il 1830, è la presenza militare austriaca che trasforma il capoluogo in una grande caserma e il territorio circostante in un campo trincerato e fortificato. La manodopera non agricola era in gran parte assorbita dalle opere di difesa e l’economia stessa della città era funzionale alla presenza dei militari con attività atte a mantenere una guarnigione che arrivò a contare 20.000 uomimi e circa 6.000 quadrupedi. Un blocco allo sviluppo urbano e industriale veniva anche dai vincoli e dalle servitù militari che limitavano i traffici soprattutto in prossimità delle mura e del campo trincerato. Infatti nelle zone soggette a servitù tutte le costruzioni avevano carattere provvisorio e consistevano praticamente in baracche di legno, cosicchè per una fascia di 5-6 chilometri dai bastioni era praticamente impossibile dare inizio ad attività di una certa entità. Le restrizioni furono mantenute per vari anni anche dopo il passaggio di Verona al Regno d’Italia e rispettate con la stessa severità del periodo austriaco. Per più di un ventennio furono negati i permessi per la costruzione di nuove fabbriche ed anche la nuova area di Basso Acquar dovette aspettare il nulla osta dell’autorità militare per dare inizio all’attività. Nel periodo austriaco sorgono quindi caserme e apparecchiature logistiche e si sviluppa qualche attività industriale però sempre legata all’apparato militare: l’Officina Grandi Riparazioni (1849), il gallettificio di Santa Marta (1863-65), nonchè le opere per la costruzione dell’Arsenale e del ponte Francesco Giuseppe (1852). Il panificio di S. Marta, in particolare, era dotato di uno dei primi molini a cilindri, mosso da una motrice a vapore di 45 cavalli che poteva macinare 200 quintali di grano in 24 ore.

Le presenze industriali in provincia risultano significative ma comunque ridotte sul piano della produzione, dell’occupazione e dell’impiego di forza motrice. A Montorio, soprannominata “Manchester d’Italia”, era sorto nel 1846 il cotonificio di Francesco Turati in grado di impiegare, nel 1854-56, 250 operai. Nel 1861 esso costituiva la maggior industria privata della provincia con produzione di filati di cotone che dava lavoro a circa 300 operai.

Turbine all'interno dell'area ex-sapelA Legnago, invece, le servitù militari bloccarono ogni iniziativa industriale e solo dopo il 1890, quando vennero abbattute le mura di difesa della fortezza austriaca, cominciarono a sorgere nel suo centro le prime attività industriali tra cui la prima industria meccanica di Cirillo Fanti.

E’ l’acqua, come forza idraulica e come materia prima, a condizionare l’industria veronese nel periodo austriaco e questo avviene sia in città che in provincia. A Verona, L’Adige fornisce energia ai mulini natanti particolarmente numerosi nella zona dell’attuale piazzetta dei Molinari, e alle segherie dell’Isolo oggi ricordate da toponimi quali vicolo Seghe S. Tomaso e vicoletto Seghe S. Eufemia. In Provincia, il Fibbio, grazie alle sue acque abbondanti e soprattutto regolari, fornisce energia a molini, cartiere, fucine e magli di ferro e di rame, e permette lo sviluppo di un’area industriale compresa tra Montorio, le Ferrazze e San Martino Buon Albergo.

(da Facci, Palmieri, L’industria a Verona negli anni della grande crisi, Cierre 1998)

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