Le vittime di pioggia, valanghe e frane nel nostro territorio



Nel 1903 due donne morte in Val Squaranto

 

L’Arena 07 Febbraio 2014

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A quattro anni dalla disgrazia costata la vita a due giovani snowboarder

 

Le valanghe sul Baldo un pericolo che è storia

 

 

Pioggia e tanta neve in quota: in questi giorni il rischio è «marcato» Anche il Carega non perdona: a piedi o sugli sci, appelli alla prudenza

 

 

«Maicol non c’è, è a lavorare in Sudamerica, sarà in Brasile per i mondiali. Con noi non ne parla mai, so che va spesso al cimitero sulle tombe dei suoi due compagni e s’incontra coi loro genitori. Per i giovani è stato un monito tremendo, tutti ne parlano ancora. Mancava l’esperienza, purtroppo». Massimo Benedetti diMalcesine è il padre adottivo di Maicol, di origine cubana, unico superstite della valanga che quattro anni fa, sabato 6 febbraio, alle 15.45, si è staccata dalla Colma di Malcesine (m. 1754), a destra della stazione d’arrivo della funivia, giù verso l’ex rifugio Kira, sui Prài. Scendeva con lo snowboard, con gli amici ventenni Matteo Barzoi e Luca Carletto. Lui di anni ne aveva 16. Una pista immacolata, magica, che avevano già fatto nei giorni precedenti anche con altri amici. La notte prima erano caduti altri 30 centimetri di neve. Nessuno gli aveva detto nulla, non c’erano cartelli, reti, moniti (che adesso ci sono). «Appena partiti furono travolti», racconta il padre. Un fronte di 20 metri. Nessuno aveva l’Artva, il segnalatore elettronico, Maicol venne schiacciato contro un albero dopo 300 metri di dislivello, aveva il telefonino e solo un taglio ad un ginocchio, e si salvò. Gli altri rimasero sepolti. Ogni giorno, all’alba, alcune persone sono chine davanti le loro tombe nel cimitero di Malcesine, puliscono le lapidi, sistemano fiori e parlano al loro congiunto, lo «ascoltano», fra lunghi silenzi. Per poter ancora vivere. Poi vanno a lavorare. La stessa sorte ebbero nel 1979, era il 13 aprile, quattro giovani escursionisti di città, poco sotto la cresta di cima Telegrafo. Silvano Avogaro, un capo scout, venne cercato a lungo nella slavina. Il figlio di un noto dentista austriaco operante a Verona, Reiner Wieder, 26 anni, laureando in medicina, il 26 marzo 1983 scendeva in fuoripista nella valle delle Buse, con Gaetano Perdona. Era davanti. Lo trovò il cane del Soccorso alpino sotto due metri di neve. Sono tutte giovanissime le vittime delle valanghe sul Baldo. Storica e tremenda, durante la Grande Guerra, al Cavai di Novezza (m. 1.433) il 13 dicembre 1916, la valanga che travolse il presidio del 182° Battaglione Milizia Territoriale: otto vittime. Nello stesso punto, il 25 gennaio scorso, è scesa una grande slavina, per fortuna senza morti. Una conferma di quello che tutti sottolineano: il Baldo, ma anche il Carega, non va preso sottogamba, specialmente con la neve, con tanta neve. Le valanghe in questi giorni incombono nei luoghi storici delle montagne veronesi, dove sono sempre cadute. Dove un tempo si avventuravano solo boscaioli, contrabbandieri e finanzieri e ora, spesso senza prudenza, vanno scialpinisti, escursionisti e alpinisti. In questi giorni le slavine cadono, e cadranno. Il rischio sulle Prealpi, dicono gli esperti dell’Arpav, è marcato, livello 3 su una scala di 5. Nei giorni scorsi si era arrivati al massimo grado di pericolo, ma le ripetute nevicate invitano alla massima cautela, sugli sci come a piedi o con le ciaspole. Sul Baldo è esposto il versante lacustre, dalla Costa Mezzana (una valangha negli anni ’50 superò gli oliveti arrivando 50 metri sopra il Garda), dai valloni degli otto circhi glaciali, pure da tutti i canaloni che guardano ad est, specie sulla Fontana di Nàole (m. 1.681) dietro Costabella, e sotto il Telegrafo, sotto Punta Pettorina, sui fianchi della Valdritta (m. 2.218), di Cima Val Finestra e di quelle del Longino e delle Pozzette. In Lessinia sono a rischio ilValòn del Malera, sotto Castel Gaibana (m. 1.806). Sul Carega c’è pericolo a destra del ponte di Revolto (dalle valli Rossa, Storta e del Diàolo), il passo del Malera (m 1.792), dal- Da evitare tutti i canaloni che scendono dai circhi glaciali e quelli sul versante est la Costa Media (m. 2.098), sul Valòn della Teleferica (m. 2.214) e sulla immensa lavagna del Plische (m. 1.991). Le montagne sopra Giazza sono da sempre a rischio valanghe. Una volta, però, a perdere la vita erano contrabbandieri e finanzieri. C’erano fame e frane in quota, a ridosso del confine austriaco. Da Ossenigo a Giazza si campava di contrabbando giocando d’astuzia, a rimpiattino, con le tante piccole caserme di finanzieri, scegliendo le notti più buie, quelle di temporali e fulmini e, d’inverno con la neve alta, i percorsi più ardui e rischiosi. Nel cimitero di Giazza ci sono due cippi al centro, coperti di licheni, 14 marzo 1895 e 26 gennaio 1899, per sei militi travolti a Fraselle di Sotto e tré alle briglie di Revolto. Ma vittime, quando tutta la Lessinia era pelata, si sono avute anche in val Squaranto, a Rovere, nel 1903; due donne che tornavano dalla fiera di Badia. Era normale che Fosse, Breonio, Sant’Anna e Rovere rimanessero isolati per settimane. Agli albori, lo scialpinismo lo si praticava solo da aprile in poi, ora appena nevica. E questo spiega molte cose.

 

 

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