Esondazione – Gli alluvionati di domani ringraziano – Sentinelle dell’acqua


Alluvioni. Dalla 163 alla 2000/60. Abbiamo invaso gli spazi dei fiumi. Servono le "sentinelle" d'acqua per vigilare e ripulire torrenti e fiumi

 

Si riportano di seguito due articoli di Giorgio Nebbia (per maggiori informazioni: Giorgio Nebbia – wikipedia) pubblicati sul sito comune-info.net. Giorgio Nebbia, punto di riferimento per l'ambientalismo italiano, approfondisce il passaggio dalla Legge 183 alla Direttiva Europea 2000/60, analizza le cause che stanno alla base delle continue esondazioni e propone l'istituzione delle "sentinelle d'acqua".

 

"torta2.gif"Gli alluvionati di domani ringraziano
2 novembre 2014

di Giorgio Nebbia

 

Sono passati venticinque anni da quando il parlamento ha approvato l'importante legge sulla difesa del suolo che porta il numero "183". La legge fu salutata da molti come un passo concreto per far cessare o almeno rallentare la lunga serie di alluvioni cominciata nel 1951 con quella del Polesine, poi continuate ogni anno, con alcuni eventi clamorosi come l'alluvione di Firenze del 1966. Da allora era stato un seguito senza fine di disastri territoriali in tutta Italia; anzi l'approvazione della legge 183 fu accelerata dalla grande frana e alluvione della Valtellina del luglio 1986, con 53 morti e 4.000 miliardi di lire di allora (circa 4 miliardi di euro di oggi) di danni.

La 183 partiva da alcuni concetti noti; la difesa del suolo e la regolazione del flusso delle acque superficiali richiedono una amministrazione del territorio per bacini idrografici, quelle unità geografiche i cui confini, ben definiti, sono lo spartiacque delle colline e montagne. In ciascun bacino idrografico le acque scorrono dalle vette lungo le valli fino al mare attraverso fossi e torrenti che confluiscono nel fiume principale il quale porta al mare il risultato di tutto quello che succede all'interno del bacino: i residui dell'erosione del suolo, le sostanze inquinanti delle città, delle industrie, dell'agricoltura e della zootecnia, ramaglie e tronchi.

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Purtroppo i confini fisici dei bacini idrografici spesso non coincidono con quelli delle province e delle Regioni, ciascuna delle quali costruisce edifici, strade, ponti, depuratori dove gli pare, senza considerare che non ha senso fare opere di rimboschimento o di difesa del suolo in una valle se nella valle adiacente, dello stesso bacino idrografico, ma "appartenente" ad un'altra amministrazione, le acque irruenti portano a valle terra e tronchi. Non ha senso costruire in una città un efficiente depuratore delle acque se le città e le industrie a monte continuano a versare nello stesso fiume agenti inquinanti.

esondazione ferrazze webLa legge 183 stabiliva che la gestione di ciascun bacino idrografico era affidata ad una "autorità" comprendente i rappresentanti degli enti locali delle varie parti del bacino, con il compito di fare un inventario di tutte le presenza naturali (terreni agricoli e boschi) e umane del territorio e di formulare un "piano di bacino" per indicare priorità e ordine degli interventi. Figurarsi ! Gli enti locali capirono che alle autorità di bacino era affidata parte del loro potere, quello di stabilire dove si potevano o non si dovevano fare opere e costruzioni. Ci vollero anni per costituire le autorità di bacino e la fame di territorio e di speculazioni e di spartizione di cariche rallentarono la realizzazione dei fini lungimiranti che si era proposto il legislatore. I soldi correvano ma sempre soltanto per rimediare qualche disastro. In molti in Italia "si innamorarono" della legge 183 e furono organizzati dibattiti e associazioni per sostenere la sua attuazione e per rimuovere i freni dei molti nemici.

"Finalmente" venne l'occasione per smantellare tutto. Nel 2000 la Comunità Europea emanò la direttiva n. 60 che si proponeva di rendere omogenee, in tutta l'Unione, le politiche di difesa del suolo e delle acque; i bacini idrografici avrebbero dovuto essere aggregati in unità più grandi, i "distretti idrografici", con nuovi criteri di amministrazione. Con la scusa di adeguare la politica della difesa del suolo alla normativa europea, la legge 183 fu abrogata con il "testo unico" ambientale del 2006, partorito poco prima della fine del III governo Berlusconi, e l'intero progetto iniziale di pianificazione dell'uso del suolo e delle acque scomparve, per la maggior gloria di chi voleva liberarsi di intralci nell'assalto del territorio. Questa svolta politica e l'aggravarsi dei fenomeni di riscaldamento globale hanno accelerato i fenomeni devastanti fino a quelli della Lunigiana e del Gargano di ieri l'altro, di Genova e Parma di ieri.

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esondazione 16 maggio 2013 6Ho sentito spesso ripetere che la colpa di tali eventi va cercata nel ritardo delle informazioni meteorologiche. A mio parere per evitare frane e alluvioni, non c'è tanto da consultare i modelli matematici di previsione delle piogge, quanto piuttosto c'è da guardare a terra, chiedendosi dove e se c'è spazio per il moto delle acque che inevitabilmente vengono giù dal cielo in quantità più o meno prevedibile, un anno dopo l'altro. Guardare a terra cominciando dalle colline e dalle montagne e dalle colline, dai ruscelli e dai fossi fino ai torrenti e canali che attraversano i paesi e le città, e predisporre che le vie d'acqua dell'intero bacino idrografico siano tenute libere da rocce e detriti dell'erosione, da depositi di rifiuti, da ponti troppo bassi, da strade, da edifici che ostruiscono gli spazi vicino al fiume, quelli che la natura nei secoli aveva predisposto liberi proprio per lasciare correre le acque in caso di piogge più intense. Inventario dell'esistente e vigilanza nell'ambito di ciascun bacino idrografico erano fra i fini della defunta legge 183.

Non abbastanza contenti di averla seppellita, i governi nazionali e locali continuano a proporre opere di salvaguardia e di "messa in sicurezza" consistenti nel costruire bacini artificiali, nell'innalzare argini di cemento, nel coprire ulteriormente sotto le strade i corsi d'acqua straripati ieri. Gli alluvionati
di domani ringraziano.

 

 


 

 

esondazione montorioSentinelle dell'acqua
16 ottobre 2013

di Giorgio Nebbia

 

Francamente sono stufo di scrivere due volte all'anno un articolo sul dissesto idrogeologico; almeno due volte all'anno le piogge intense, magari imputabili al cambiamento climatico che surriscalda il pianeta, tanto per dare la colpa a qualcuno, fanno uscire l'acqua dagli argini di fossi, torrenti, fiumi, sulle colline e nelle pianure, allagano e distruggono sottopassi, strade con i tombini che esplodono, campi coltivati con i loro faticati raccolti, fabbriche e abitazioni, strade e ferrovie. La risposta delle autorità è sempre la stessa: si invoca lo stato di calamità naturale, il che vuol dire chiedere allo stato qualche soldo, che arriva sempre in ritardo, per ricostruire nello stesso posto, le stesse cose che sono state spazzate via dalle acque, per rimborsare le perdite dei beni alluvionati o dei raccolti perduti.

 

I lettori di questo giornale sanno bene, sulla propria pelle, di che cosa parlo. Nessuno, cittadini, alluvionati, governanti, prende in considerazione che non c'è niente di "naturale"; si continua ad autorizzare costruzioni nelle lame, sulle rive dei fiumi, sul fianco delle colline, dove fa comodo ai proprietari dei suoli i quali non pensano che le loro stesse proprietà andranno in rovina, un anno o l'altro. Ogni anno nel nord e al centro e nel sud d'Italia, le alluvioni fanno danni da trent'anni a questa parte. I governanti emanano e correggono continuamente farraginose leggi sulla difesa del suolo, creano agenzie che assicurano appalti per opere che saranno spazzate via uno o dieci anni dopo.

 

esondazione 16 maggio 2013 3I più fantasiosi chiedono investimenti di diecine di miliardi di euro per programmi di difesa del paesaggio e della bellezza d'Italia. Io credo che chi propone o approva o modifica leggi, non sia mai andato con gli stivaloni nel fango a spalare detriti, non sia mai sceso sul greto di un torrente, altrimenti avrebbe osservato che le alluvioni sono figlie di una chiara violenza contro la natura e richiedono soluzioni altrettanto chiare. L'acqua da miliardi di anni ha "l'abitudine" di scendere dall'alto al basso lungo le strade di minore resistenza; quando trova un ostacolo lo aggira e si crea delle vie di scorrimento più comode, oppure lo sposta e lo porta in basso, siano sabbia, pietre, piante.

 

D'altra parte la forza delle acque è rallentata e frenata dalla vegetazione spontanea, e così nei millenni le acque hanno "disegnato" le valli e hanno creato le pianure che sono poi diventate fertili, attraversate da fiumi che portano incessantemente al mare il loro carico di sostanze solide disciolte o in sospensione. Purtroppo il fondo delle valli e le pianure, là dove corrono le acque, sono stati e sono gli spazi più appetibili economicamente e là sono sorti villaggi e poi paesi e poi città, con le loro strade e "ponti" e sottopassaggi, con i loro "fiumi sotterranei" di fogne. Tutto guidato dalle leggi "economiche", cioè si è costruito dove c'erano interessi e proprietà privati o dove le opere costavano meno o erano più comode.

 

Con l'aumento della popolazione e del "benessere" le presenze umane hanno invaso gli spazi dove scorrevano le acque, hanno distrutto, con quartieri e strutture "sportive", la vegetazione che rallentava il moto delle acque, ogni intralcio agli affari e al "progresso". E le acque si vendicano, sono diventate più aggressive e veloci, è aumentata la erosione del suolo, sono diminuiti gli spazi per il libero scorrimento delle acque e queste, ad ogni pioggia più intensa si espandono e allagano le zone circostanti. Le fotografie e le immagini cinematografiche delle alluvioni sono più eloquenti di un trattato di geografia: guardate come i torrenti sono stati imprigionati in stretti canali, come il diboscamento ha lasciato esposte all'erosione grandi superfici delle valli.

 

Eppure i rimedi sono noti. Il primo è sradicare la dannosa idea che, pur di "portare a casa" qualche soldo nei comuni e nelle regioni, pur di favorire imprese private, si possano autorizzare costruzioni e opere che intralcino il moto "naturale" delle acque.

 

esondazione 16 maggio 2013 5La seconda ricetta consiste nel mettere al lavoro delle persone che puliscano i fossi e i torrenti eliminando almeno i principali ostacoli al moto delle acque per permettergli di scorrere nelle loro "naturali" vie, che svolgano la funzione di "sentinelle" delle acque. La prima cosa che Roosevelt fece quando divenne, nel 1933, presidente di un'America in piena crisi, piena di disoccupati, con il territorio devastato, fu la creazione dei corpi civili giovanili per la difesa del suolo, costituiti da giovani disoccupati, appartenenti a famiglie disagiate, col compito di svolgere proprio le operazioni di cui parlavo prima. Pochi anni dopo anche l'economista Ernesto Rossi (1897-1987) nel libretto "Abolire la miseria" (1946), auspicava l'istituzione di un "esercito del lavoro" costituito da giovani compensati con pubblico denaro e impegnati a svolgere "servigi pubblici gratuiti". E quale "servigio" più utile della guerra alle alluvioni ? La proposta fu ripresa in vari scritti dall'economista Paolo Sylos Labini (1920-2005).

 

Ho letto con interesse che una recente proposta di legge dei deputati Gianni Melilla e altri, del Gruppo Sel ("E" sta per "ecologia"), propone l'istituzione di un "Corpo giovanile per la difesa del territorio". Per pagare questi giovani lavoratori nella pulizia dei torrenti, nel rimboschimento, nella vigilanza del moto delle acque occorrono dei soldi pubblici, che sarebbero bene spesi. Si pensi che 3 milioni di euro, la cifra richiesta in una delle tante recenti alluvioni per parziale rimborso dei danni sofferti dagli alluvionati, potrebbero assicurare un salario per un anno a duecento "sentinelle" delle acque. Con l'effetto che l'anno dopo, due anni dopo, dieci anni dopo, si eviterebbero dolori e danni e distruzioni che costerebbero, alla comunità, ben più di quella cifra. Spero che qualcosa si muova, un giorno o l'altro.

 

 

 


 

 

Tutto il materiale relativo alle esondazioni passate (foto e video), tutta la documentazione raccolta, gli studi eseguiti, le lettere inviate dalle autorità coinvolte, sono state riunite in una unica pagina e messe a disposizione di tutte le persone che abbiano interesse all'approfondire l'argomento:

 

www.montorioveronese.it/esondazione

 

 

Il filmato dell'esondazione del 16 maggio 2013 

 

 

1911 Esondazione con rottura argine sinistro in centro al paese di Montorio

L'ARENA – 07/08.06.1911 La rotta del Progno di Squaranto. Danni a Montorio – Una vecchia morta di paura

Nella parte sinistra della foto che segue si notà l'edificio dell'Asilo Regina Margherita

 

 

1934 Una disastrosa esondazione cambia il volto al paese di Montorio

(Cronaca e documenti di un'autentica catastrofe che cambiò volto ad una parte di Montorio)

Nella foto seguente lo squarcio di circa 50 metri nell'argine sinistro presso piazza ora denominata delle Penne Nere in centro al paese di Montorio

 

1986 Esondazione con parziale rottura dell'argine sinistro in piazza delle Penne Nere a Montorio

(19 giugno 1986: straripa il "progno", paura a Montorio)

 

1986 esondazione

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