Il Calzificio Dal Santo


Neri ha iniziato l’attività al Calzificio Dal Santo nell’anno 1927. Era un lunedì. Lei aveva 17 anni e alle spalle un’esperienza lavorativa in agricoltura nella raccolta del fieno, iniziata all’età di 14 anni, in località La Pellegrina e successivamente nell’azienda “Dal Turco” in Loc. “Albare”.

La famiglia Dal Santo era composta da 4 fratelli: due maschi e due femmine. Nessuno di essi era sposato. Il Calzificio in via Laghetto Squarà era gestito dai due maschi: Ferruccio e Oreste.

Al piano terra c’era la tintoria nella quale lavoravano 7-8 donne. Il capo del reparto era Gino Bertoldi.

Sopra la stireria e  il reparto asciugatura e preparazione pacchi con 2-3 operaie.

Al terzo piano trovavano posto le macchine per fare le calze con 3 operaie e responsabile Nino Vendramini.

L’ufficio era all’ultimo piano. Oltre ai proprietari c’era l’impiegata Stella Fedeli che gestiva la segreteria e la contabilità.

Nella ditta lavoravano anche 6-7 uomini con altre mansioni. Neri ricorda i nomi di alcuni di loro: Sandro addetto alle macchine, Bruno, Silvino Zamboni, Nello, Guido responsabile della centrifuga elettrica e “Talamin” il vecchietto addetto alla grande ruota.

Complessivamente  erano circa 30 le persone impiegate nello stabilimento .

Orario di lavoro: dalle ore 8.00 alle ore 12.00 e dalle ore 13.00 alle ore 17.00. In estate il carico di lavoro aumentava e si arrivava a superare le 10.00 ore di lavoro, a volte fino a 12.00. Al sabato si lavorava dalle ore 6.00 fino alle ore 13.00. Era detto il “sabato fascista”.

Neri non voleva lavorare nel calzificio: la paga era troppo bassa. All’inizio era di 2 lire/ora. In quel periodo era più conveniente raccogliere fieno. Il papà di Neri operaio nella ditta Sacchetti era pagato 20 lire/ora.

La mamma di Neri cercava di rincuorarla: “Porta pazienza. E’ un lavoro sicuro

Anche Gino Bertoldi il caporeparto la incoraggiava: ”Vedrai che dalla settimana prossima ti aumentano la paga”. Fu così. Arrivarono prima ad un compenso di 5 lire/ora e successivamente a 7 lire/ora dopo un mese, naturalmente in regola con le “marchette” (Il termine “marchetta” designava una sorta di francobollo – marca, appunto – che veniva applicato sul libretto assicurativo personale degli operai per attestare l’avvenuto pagamento dei contributi previdenziali e delle assicurazioni sociali – fonte informazioni wikipedia).

Neri era impiegata nella tintoria al piano terra: “Paravo attorno le calze tachè a un rampin e neghè nella brenta de color in modo che le incolora”. Neri gestiva 10-12 file di calze contemporaneamente immerse nell’acqua bollente per 1-2 ore. Più volte alla settimana veniva il chimico a dare indicazioni sul processo.

Le materie prime che arrivavano in ditta erano cotone e seta per le calze. Il cotone veniva filato da più operaie e arrotolato in matasse che, successivamente, venivano passate prima nella soda caustica e poi colorate. Alcune volte le matasse venivano portate in un grande contenitore in un’area esterna allo stabile e immerse nella candeggina per produrre i bianchi calzini per bambini.

Le calze prodotte all’ultimo piano venivano portate in tintoria per il colore e successivamente al piano primo per la stiratura e l’imballaggio.

Un paio di volte all’anno arrivava una “mota de coton” per fare il blu elettrico per le suore con il colore detto “tinta al dandren“. Un colore molto costoso resistente alla candeggina.

In estate il caldo e l’umidità erano terribili. Ma anche in inverno il reparto era invivibile.

In estate, le operaie erano tutte sudate e Gino Bertoldi per farle riposare e rinfrescare, senza interrompere il lavoro, le mandava a turno in bagno. C’era un ventilatore in reparto ma era poco potente e non dava molto sollievo.

D’inverno l’umidità bagnava i vestiti e poi gelava. L’azienda non forniva vestiario. Le operaie erano costrette ad usare i propri vestiti ricoperti da un sacco- grembiule.

A volte capitava di dover maneggiare soda caustica e acido muriatico. Era facile macchiarsi di candeggina.

Le operaie della tintoria costituivano un’immaginaria famiglia in cui Neri interpretava il ruolo della bambina piccola.

C’era Erminia (detta la nonna perché era la più vecchia nata nel 1906), Aristea (rappresentava la figura materna, “la mamma”), Anna Sonetti detta “Bietta” ( essendo nata nel 1903 era detta “il nonno”), Rosi Comerlati (“il papà”) e  “Dele” (la “Buteletta” più vecchia),

Nelle brevi pause le operaie non rinunciavano a giocare. La “mamma” indossava un sacco che fungeva da scialle. Neri abbelliva lo scialle con i fiorellini e il materiale che raccoglieva  in esterno, vicino alla grande ruota che, immersa nell’acqua, produceva la forza motrice per far andare l’intero stabilimento. Alcune volte trascorrevano la pausa fingendo una cerimonia di nozze. Neri portava i fiori all’altare. In tintoria l’atmosfera era molto allegra, anche se era il reparto con il lavoro più pesante di tutto il calzificio. Gli operai degli altri settori facevano a gara per venire a dare una mano in tintoria, quando la mole di lavoro era insostenibile, per godere dell’atmosfera.

La pausa serviva anche per mangiare: pane e fichi o pane e marmellata nei giorni più fortunati.

Nei periodi più duri: pane secco e duro fatto di polenta che a fatica si riusciva ad ingoiare.

Adele in autunno portava un grappolo d’uva raccolto dal campo e lo condivideva con tutte.

Neri abitava alle Ferrazze e raggiungeva il luogo di lavoro a piedi o, nei casi fortunati, in bicicletta quando il fratello non usava l’unica bici posseduta della famiglia. Spesso il fratello lasciava a Neri la bici perché era rotta costringendola a portarla dal meccanico Fiorini che la sistemava.

Per arrivare a Montorio Neri percorreva la strada detta “Pedrotta” oppure la “Strada Comun”. Quest’ultima era più corta e veloce, ma stretta tra due fossati: il rischio di finire nell’acqua era alto.

Partivo da casa col buio. Avevo paura, in particolare al sabato quando dovevo partire prima alle 5.30. Mia mamma mi seguiva per un pezzo e mi diceva da lontano <<dai Neri che sono qua>>”

Per un periodo Neri aspettava l’arrivo a Ferrazze del panettiere di Montorio detto “il Bersagliere” e si faceva accompagnare fino a Montorio. La madre di Neri non si fidava del panettiere: “Sta’ attento che non te me tochi la fiola parche te fe’ i conti con mi”.

Improvvisamente a causa della morte di Oreste per probabile infarto, la ditta Dal Santo è rimasta nelle mani di Ferruccio, il fratello più vecchio. Successivamente Ferruccio si è ammalato ed è dovuto rimanere lontano dall’azienda per un lungo periodo. La gestione è passata nelle mani del Sig. Vinco. Lentamente ma inesorabilmente  il lavoro è diminuito.

Il Sig. Bertoldi, dopo l’arrivo della nuova dirigenza si è trasferito presso il calzificio Cipriani in loc. Borgo Venezia. Anche Neri, assieme ad altre operaie, dopo circa 8 anni dall’inizio del lavoro in ditta Dal Santo, in concomitanza dell’apertura del nuovo reparto tintoria, si è trasferita presso il calzificio Cipriani.

La foto di seguito è stata fornita da Moreno Pasqualin.

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