Fondo Prognoi: coltivare nel rispetto della biodiversità. Quando la terra è la casa comune


 Il “Fondo Prognoi” è un vero contenitore di biodiversità, declinata in tutti i suoi molteplici aspetti, ai piedi del castello di Montorio, un’azienda dove si coltivano le vecchie varietà di frutta della Lessinia e dove la coltivazione del vigneto è inserita in un contesto di armonia con il territorio circostante.

Il “Fondo Prognoi” è la prima realtà in provincia di Verona ad essere stata certificata dall’ente CSQA “Biodiversity friend”, un protocollo che attesta la responsabilità ambientale dell’azienda mediante l’attribuzione di un punteggio ad ognuna delle 12 azioni che riguardano la sostenibilità del territorio.

L’azienda è condotta, dal 2001, da Laura Tinazzi, perito agrario, vincitrice nel 2014 del premio “De@ Terra” che da tredici anni il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali dedica all’imprenditoria femminile. La forza, la passione e l’entusiasmo di Laura proviene da quattro generazioni di coltivatori, insomma è il caso di dire che la genetica ha aiutato.

Siamo andati a trovarla un sabato di settembre per capire da vicino la filosofia del “Fondo Prognoi” ed i suoi progetti, in un luogo dove esiste un patrimonio di biodiversità da salvaguardare pur essendo vicino alla città.

Partiamo da lontano e dall’origine del nome. “Prognoi” deriva da progno (torrente) perchè una volta dove ora c’è il terreno dell’azienda passava un progno che il nonno, che aveva acquistato la terra ed era fattore dei Conti Cartolari in località Cancello, chiamava prognoi”, quindi Laura ha voluto mantenere il nome che sentiva nominare da quando era piccola come ricordo affettivo.

“Fondo Prognoi”, ci racconta Laura, vuole creare una rete relazionale con la terra a 360 gradi in quanto della quale si è perso il legame, in questo senso si inserisce il progetto dei “Filò” recuperato da Laura con lo specifico intento di riappropriarsi delle tradizioni del passato restituendole nelle relazioni di oggi. Il “Filò” rappresenta uno dei momenti di vita comunitaria più importanti della società contadina e di montagna del passato. Nelle sere d’inverno, era abitudine molto comune riunirsi nelle stalle per trascorrere del tempo assieme chiacchierando, raccontando storie o favole e socializzando mentre si continuavano a svolgere delle attività legate al mondo contadino: intrecciare ceste, aggiustare gli attrezzi del lavoro nei campi, tessere e filare. E’ appunto da “filare” che deriva il termine “Filò”.

E’ proprio dalle relazioni sociali e dal rispetto dell’altro che parte la “filosofia” di Laura che nel 2016 ha progettato e realizzato un “laboratorio del riciclo della linea legna delle siepi“, ovvero ha piantato delle siepi per aumentare la microfauna utile che riduce (fino all’80%) la deriva dei trattamenti (rame, zolfo, erbicidi, ecc) sulle persone che camminano sulle piste ciclabili. 

Laura guarda avanti ma tenendo bene a mente le tradizioni del passato che oggi si sono perse perchè scambiate con altri interessi, pertanto consapevole che il rapporto umano è un legante importante ed indissolubile nella vita ha per prima promosso e stimolato, in sinergia con le famiglie della via in cui abita, una cena annuale, che va avanti da 12 anni con reciproca soddisfazione. 

Attualmente è stato introdotto in azienda il progetto delle arnie “Kenya Top Bar” che rappresenta un modello/metodo di apicoltura non da sfruttamento che riproduce il naturale ambiente delle api, per un’apicoltura etica e non invasiva. La “Kenya Top Bar” è un’arnia a sviluppo orizzontale, la cui estremità superiore è costituita da barre orizzontali in legno (top bar, appunto) che ne costituiscono il tetto e al di sotto delle quali le api sono naturalmente portate a costruire i favi. Lo sciame che si avvicina all’arnia trova un ambiente adatto alle proprie esigenze, adibito a essere costruito da zero. Anche la cera, infatti, non viene immessa dall’apicoltore come accade solitamente, ma viene generata e plasmata dalle stessi api nella forma naturale del favo, cioè dall’alto verso il basso. Le pareti dell’arnia le conferiscono una pendenza interna che fa sì che le api costruiscano i favi a una certa distanza dalle pareti laterali, permettendone una facile estrazione che non danneggia la colonia. Una volta riempiti di miele e sigillati con la cera dalle stesse operaie, i favi verranno poi prelevati dall’apicoltore e smielati a pressione, a mano o con l’aiuto di un torchio. Lo scopo è quello di ridurre il più possibile l’interferenza dell’essere umano con le api lasciando che le stesse facciano quello che hanno sempre fatto. Il limite di questo metodo è che le arnie “Top Bar” rendono molto meno rispetto a quello di allevamento, ma in compenso il miele è più saporito ed è prodotto in modo non invasivo nei confronti dell’ape e, dunque, in un’ottica di sostenibilità in quanto le api sono fondamentali per l’impollinazione e l’equilibrio ambientale. 

Il “Fondo Prognoi” cerca con pazienza di ricucire un dialogo tra le persone e i valori dell’agricoltura, per ottenere questo occorre tempo perchè non è un’azione commerciale bensì di vita, ma, come afferma Laura, “se c’è coerenza tra quello che fai e quello che proponi le persone ti seguono”. L’azienda è certificata sulla biodiversità in quanto riflette in maniera più coerente il modo di vedere l’agricoltura, Laura è nata come perito agrario tradizionale poi ha fatto il suo cammino ed ha valutato che doveva cambiare sistema di fare agricoltura ed anche se stessa, negli ultimi anni ha scelto di essere più contadina che tecnico e dedicando maggior tempo all’azienda.

Aver investito più tempo all’interno della sua realtà le ha consentito di recuperare i “peri trentossi” e i “meli dessi”, antiche varietà di frutta coltivate un tempo passato in Lessinia molto rinomate ed esportate fino nella Repubblica di Venezia. Il “pero trentosso” infatti veniva caricato sulle navi in quanto era l’unico frutto che durava mesi in mare e poteva essere mangiato fresco dalle truppe. Sono “frutti della pazienza” perchè vengono mangiati pian piano che maturano, si conservano fuori dal frigo tutto l’inverno inoltre sono piante resistenti alla ticchiolatura quindi rispetto ad una mela tradizionale il numero di trattamenti è inferiore. Per abbassare l’impatto ambientale è importante scegliere qualità che necessitano di pochi trattamenti, tali frutti sono tuttavia difficili da coltivare, anche se Laura ha accettato la sfida, in quanto producono ad anni alterni. Inoltre hanno un’aspetto non uniforme, occorre abituarsi al sapore ma dopo non torni più indietro, bisogna essere educati a mangiare questo tipo di frutta ma il gusto è saportito e da un punto di vista della sanità non c’è paragone.

La sostenibilità è per Laura una filosofia di vita che ha voluto applicare a tutta la sua produzione agricola attraverso al salvaguardia della biodiversità, a testimonianza della sua coerenza ha scelto nel territorio della Valpolicella di coltivare a vigneto solo la metà del terreno mentre il resto è a seminativo, lavanda, melograni, frutta antica. E’ stata una scelta consapevole e voluta in quanto in tal modo si diminuisce l’impatto ambientale se si creano attorno al vigneto aree a minore impatto perchè al vigneto i trattamenti bisogna farli e quindi si aiuta la natura a riequilibrarsi offrendo un fondo che offre anche biodiversità. In sostanza Laura ha cercato di creare un equilibrio all’interno del territorio anzichè scegliere un’azienda monocoltura più redditizia. Proprio per questo vengono prodotte 2500/3000 selezionate bottiglie anno di vino, il 2014 è stata una annata piovosa e sono stati fatti più trattamenti e inoltre non c’era quella qualità che Laura chiede pertanto dopo aver parlato con gli enologi ha scelto di non produrre vino in quanto non avrebbe avuto il “sapore della terra”. Il nome dell’etichetta di vino “Lichene” è stata scelta per il fatto che sulle viti del vigneto proliferano i licheni ed è un buon segno in quanto sono dei bioindicatori della qualità dell’aria e nascono naturalmente se l’aria è buona. la valutazione della qualità dell’aria è una caratteristica della certificazione insieme ad acqua e suolo.

I prossimi progetti per il futuro vedranno il “Fondo Prognoi” continuare sulla strada intrapresa anche se a volte, confessa Laura: “mi scoraggio salvo trovare nel cammino persone che mi danno l’entusiasmo di andare avanti perchè non è una scelta semplice, spero che le persone capiscano il progetto che porto avanti, non votati ad ingrandirmi, e che pertanto vengano ad acquistare i miei prodotti,  lo scopo dell’ azienda è che venga venduta la produzione dell anno e che si possa portare avanti il progetto educativo che c’è alla base anche se non sempre riesco a spiegarlo e comunicarlo a causa della sua complessità”.

Per Laura è importante lavorare col territorio, entrare in sinergia con il paese, ovvero chiudere la filiera “dal campo alla tavola” con i negozi e la ristorazione, l’ultimo piccolo progetto in corso vede il “Fondo Prognoi” come produttore primario di farina biologica che viene lavorata dal panificio “Forno di Fabio e Vania” a Montorio e che ogni sabato mattina viene venduta con il nome la “Pagnotta di Montorio”. Un modo per dare visibilità anche all’agricoltura, la famosa rete che si chiude.

Alberto Speciale

 

 

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