Vendita complesso Fonderia Cavadini 1


L’Arena Lunedì 07 Luglio 2005
I progettisti assicurano rigore: «Reinterpreteremo l’antico»

(c.b.) A vendita conclusa del complesso della fonderia di campane di via XX Settembre, le prime parole sono quelle di Luigi Cavadini che sembra contento di aver trovato interlocutori a suo parere affidabili, in grado di apprezzare la struttura architettonica nel suo complesso. Ma se l’idea di Cavadini era quella di sacrificare una parte più recente della fonderia, risalente dicono agli anni ’40 del ‘900, per poter così finanziare la creazione di una struttura museale nella parte più antica, perché poi si è battuto tanto per trovare un acquirente che comprasse tutta la struttura in blocco? Non sarebbe stato meglio vendere la parte soggetta al piano di recupero già approvato, che sarà quindi ineluttabilmente profondamente trasformata e diventerà residenziale, e con il ricavato finalmente realizzare il sogno perseguito da tanto tempo?
«Ci ho provato fino all’ultimo a tenere la parte storica della fonderia, – risponde Cavadini – ma ormai sono vecchio, e ciò che mi interessa ora è solo di aver mantenuto integro l’insieme.»
– Ma ha ricevuto garanzie da parte dei nuovi proprietari in merito al futuro della vecchia fonderia? E cosa ne sarà di tutti i beni mobili senza i quali una struttura museale perderebbe gran parte del suo significato e del suo fascino?
Cavadini non risponde, ma lascia intendere che attrezzi, mobili ed elementi decorativi, rimasti di sua proprietà, potrebbero anche essere venduti.
La natura del vincolo emesso dalla Soprintendenza per i Beni Artistici prevede che gli oggetti restino nel luogo della loro originaria collocazione, cosa che sarà in parte impossibile visto che molti si trovano al momento nella parte della fonderia che sarà demolita per far posto ad abitazioni. Nel caso il proprietario decida di vendere o spostare gli oggetti, deve notificare la decisione alla Soprintendenza che potrebbe esercitare un diritto di prelazione sui beni vincolati. Tale diritto avrebbe potuto essere esercitato dal Ministero per i Beni Culturali anche al momento della vendita del complesso, vincolato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici.
Ma come si sa la politica del nostro Ministero non è in questo momento rivolta all’acquisizione di nuovi beni, casomai il contrario.
I nuovi proprietari, che fanno capo alla società Antica Fonderia s.r.l., nata a settembre 2004, lo sono in virtù di una trattativa durata nove mesi. Ereditano uno stato di fatto che deriva dagli elaborati dell’architetto Massimo Granuzzo e dagli atti pubblici che" ne sono conseguiti.
«In noi Cavadini ha trovato persone che non considerano la sua proprietà come una serie di scatole trasformabili da un punto di vista edilizio e speculativo. Cavadini, per il quale la fonderia è un luogo vivo, ha visto in noi, che non siamo impresari edili, interlocutori possibili.»
– E quali idee avete per il complesso?
«Per il momento possiamo solo agire sulla parte soggetta a piano di recupero secondo gli elaborati esistenti, che necessitano di un progetto esecutivo ancora in corso. Per questo ci siamo affidati ad uno studio di professionisti che abbiamo scelto personalmente perché ci sembravano garantire più di altri una sensibilità architettonica necessaria ad affrontare questo lavoro. Per quanto riguarda l’area soggetta a restauro conservativo, vincolata dalla Soprintendenza, non sappiamo ancora cosa ne faremo, anche perché al momento l’usufrutto è rimasto in gran parte a Cavadini e quindi si vedrà in futuro. Bisogna anche capire cosa ne sarà dei beni mobili, rimasti di proprietà di Cavadini, senza i quali l’utilizzo espositivo non ha molto senso.»
Lo studio tecnico veronese Archingegno è stato incaricato dalla società Antica Fonderia di elaborare il progetto esecutivo: «Abbiamo appena finito il rilievo – spiega l’architetto Carlo Ferrari – a cui seguirà un’attenta ricerca storica. Una delle mie guide te-oriche quando affronto lavori di restauro, com’è stato per la Torre Fracci o per la ex stazione ferroviaria di Affi, è questo libro di James Hillman che si intitola "L’anima dei luoghi". La conoscenza del sito diventa quasi un processo di assimilazione e metabolizzazione, non solo fisica, ma anche spirituale. C’è qualcosa di misterioso in questo edificio industriale ottocentesco, nel modo in cui al suo interno il tempo si è fermato all’improvviso, come se le lancette si fossero arrestate mentre la gente era ancora al lavoro per una ragione che non conosciamo.»
– Ma a quale tipo di trasformazione andrà incontro la parte dell’officina soggetta a piano di recupero e cosa pensate di questo "sacrificio", già sancito da anni, ma di cui voi vi assumete la parte conclusiva?
«Non si può prescindere dal fatto che i locali avranno una destinazione d’uso abitativa – spiega l’architetto Alberto Pontiroli – adatta a soddisfare le esigenze della committenza. C’è da dire che partiamo da un piano di recupero fatto con molta attenzione, che denota uno studio accurato e sensibilità. Il tessuto urbano è per sua natura in continua evoluzione, e a noi spetta il compito di fare in modo che questa evoluzione sia rispettosa del contesto storico.»
Ma cosa resterà delle mura e dei volumi esistenti?
"Naturalmente abbiamo come punto di riferimento il progetto approvato per quanto riguarda il recupero volumetrico. Parte delle mura saranno abbattute, così come sarà mutata in parte la distribuzione dei volumi. Il nostro obiettivo non è quello di conservare in questo caso, ma di trasformare l’architettura preesistente il meglio possibile. Cerchiamo di tenere in vita un organismo in una città che muta, anzi di ricreare una nuova vita nel complesso. Il progetto non si sovrappone all’antico come ne fosse estraneo, ma collabora con esso cercando una profonda reinterpretazione, una dialettica dell’intesa, dando particolare attenzione all’uso dei materiali e alla direzione lavori.»

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