Strada Matteo Bandello (1485 – 1561)


 

Finalmente, dopo 8 anni esatti, il Comune di Verona ha acquisito il tratto di strada tra il Fiumicello e la fossa Cozza  che collega la salita al castello con la pista ciclabile di via Da Legnago.

Un risultato ottenuto dal Comitato proprio per consentire che questo scorcio diventasse pubblico anche giuridicamente.

E’ grazie a un progetto del 2007, finanziato dal Centro Servizi Volontariato di Verona, che si è promossa questa acquisizione.

Dopo il rifacimento della sponda del Fiumicello la strada è stata rifatta ad opera del Consorzio Alta Pianura Veneta, il Comitato Fossi Montorio ne assume la manutenzione delle sponde, nel rispetto delle competenze, tagliando l’erba quando necessario.

Per noi un impegno costante che facciamo nell’interesse di tutta la collettività e a questo proposito lanciamo anche la proposta, a chi dispone di un po’ di tempo e di volontà, di darci una mano contattandoci al numero di telefono 3404628042 o mandando una mail all’indirizzo comitatofossimontorio@gmail.com, noi mettiamo i mezzi e le attrezzature necessarie, i volontari la passione.

Ora stiamo lavorando per dare un nome da inserire nella toponomastica di Montorio, la nostra proposta è Matteo Bandello perché il toponimo è esistito nella nostra zona fino agli anni ’70 e perché questo letterato del ‘500 ha, in alcune novelle, descritto le bellezze del nostro territorio già allora ammirate e apprezzate.

 

 

Riuscire, anche nella nostra epoca, ad ingentilire coloro che imbrattano e lordano il paesaggio pensando che non gli appartenga, sarebbe grande giovamento per tutti poiché la natura ci è madre e sostegno, umiliarla vuol dire disprezzare noi stessi.

 

Claudio Ferrari

 

La biografia di Matteo Bandello

 

 

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Matteo Bandello è nato a Castelnuovo Scrivia nel 1485 (AL) nel territorio di Tortona, che allora faceva parte della Lombardia, da nobile famiglia; però il Bandello si professò sempre lombardo d’origine e di lingua. E in verità egli ricevette la prima istruzione proprio a Milano sotto la direzione dello zio Vincenzo, priore del convento domenicano di Santa Maria delle Grazie; continuò poi i suoi studi a Pavia e a 16 anni appena ebbe la ventura di poter accompagnare lo zio, nominato Generale dell’Ordine, in visita ai molti conventi sparsi per tutta l’Italia. Fu così anche a Firenze dove si sarebbe innamorato di una donna di nome Viola, poi a Roma dove fu introdotto nel salotto elegante della cortigiana Imperia; quindi a Napoli dove ebbe la protezione della vedova di Mattia Corvino re d’Ungheria, Beatrice d’Aragona; e si spinse perfino nell’estrema Calabria, giovandosi in tal modo di una larga esperienza di uomini e paesi. A 21 anni egli rimase, per così dire, orfano dello zio che morì nel 1506 e allora rientrò nel convento delle Grazie. La sua vita mondana, però, continuò mentre a Milano si disputavano il potere gli Sforza, i Francesi e gli Spagnoli. Codesta vita di cortigiano, o meglio, di conoscitore delle corti, gli giovò perché potè entrare presto al servizio di Alessandro Bentivoglio e della sua consorte Ippolita Sforza, per i quali egli fu mandato alla corte di Luigi XII di Francia. Poi si trasferì anche a Mantova, dove si rese accetto ai Gonzaga, particolarmente alla marchesa Isabella d’Este, la illustre mecenate delle lettere del Cinquecento. Dopo il 1525, data della battaglia di Pavia, in cui i francesi furono distrutti dagli spagnoli e lo stesso Francesco I fu fatto prigioniero, il Bandello si trovò a mal partito, poiché aborrendo la spilorceria e l’alterigia degli spagnoli, fu costretto a fare vita errabonda, ora a fianco del marchese Francesco Gonzaga, ora di Giovanni dalle Bande Nere, presso il quale ebbe la ventura di conoscere Niccolò Machiavelli. Il Bandello, dopo il sacco di Roma (1527), passò al seguito di Ranuccio Farnese, poi presso il capitano di cavalleria Cesare Fregoso, fuoriuscito genovese, allora generale della Repubblica di Venezia, ma anche lì ebbe scarsa fortuna perché il povero Fregoso nel 1541 cadde sotto il pugnale dei sicari di Carlo V di Spagna. Il Bandello accompagnò la vedova, Costanza Rangone in una quieta e amena dimora nel Mezzogiorno della Francia, verso Bordeaux, dove il domenicano visse tra i suoi ozi letterari dal 1542 sino alla morte avvenuta nel 1561. Resse anche il vescovado di Agen, ma solo temporaneamente, finchè uno dei figli della sua padrona, Giano, fu in età conveniente per subentrargli. In quel periodo però egli fece poco il pastore d’anime e visse per l’arte scrivendo in versi e in prosa nonché componendo e correggendo le sue novelle.

Questa breve biografia ci fa apparire come il Bandello si muovesse da uomo europeo; del resto questa è la caratteristica di molti uomini di cultura del Cinquecento. La sua fama è affidata principalmente alle novelle per cui è stato anche chiamato un Boccaccio del Cinquecento. Egli è certamente scrittore Boccaccesco nel senso che riprende molti motivi del Decameron e intesse la sua prosa lombarda di molti fiorentinismi e di metafore erotiche care al trecentista Boccaccio, ma ebbe pure un suo genio particolare per queste metafore di natura amoroso-sessuale sicchè non si può dire che sia solo un imitatore del grande fiorentino.

Le novelle bandelliane sono in tutto 214, più del doppio del Decameron e sono state scritte in periodi diversi: c’è il gruppo delle novelle milanesi e mantovane, scritte tra il 1506 e il 1525 (dai 25 ai 40 anni dell’autore). Un altro gruppo di novelle furono scritte a Verona tra il 1528 e il 1536 quando l’autore era al servizio di Cesare Fregoso nominato capitano generale di Verona per conto della Repubblica di Venezia; un altro considerevole nucleo spetta agli anni 1536-37, quando  Bandello accompagnò il Fregoso (che nel frattempo aveva abbandonato Venezia ed era passato ai Francesi) nella guerra del Piemonte; infine l’ultimo gruppo sarebbe stato redatto in Francia quando egli resse il vescovato di Agen. In queste novelle vi figurano molti personaggi storici celebri come: Leonardo, Machiavelli, il Trissino, Baldassarre Castiglione, Francesco Berni, Giovanni dalle Bande Nere, Marc’Antonio Colonna, o dame dell’alta aristocrazia come: Ippolita Sforza, Isabella d’Este, Veronica Gambara. L’introduzione di tutti questi personaggi riesce a dare un colorito storico ai racconti, ma si tratta solo di scenario, di atmosfera e sfumatura storica, poiché i particolari non vogliono essere delle cronache o delle memorie fedeli della storia contemporanea.

Montorio e Bandello. Come si è detto a Verona Bandello trascorse anni sereni ed essa fu per lui il sito ideale per l’otium del letterato e del cultore di poesia, pur dovendo anche attendere ai compiti e ai doveri di segretario del suo padrone Cesare Fregoso. La città, che allora contava circa 40.000 abitanti godeva di buone condizioni economiche e sociali. Governata dai rettori veneziani, era tuttavia dominata dalla forte personalità del suo vescovo Gian Matteo Giberti. Il Fregoso si era molto ben inserito nella società ricca e colta di Verona e disponeva di un ingente patrimonio, possedendo terre nella regione gardesana e bresciana. Il Bandello nelle sue lettere dedicate a personaggi celebri, premessa ad ogni novella, descrive Cesare come un signore che si occupava di arte militare e di politica ma che era anche un raffinato gaudente: amatore di profumi, di dolciumi, di vesti ricamate, di accessori lussuosi d’abbigliamento (faceva venire i guanti da Genova) e che si dilettava di amori, di cavalli e di cani. In ben tre di queste lettere egli parla di Montorio e delle cene luculliane che si tenevano nella “Loza”[1]cioè nel grande palazzo scaligero di Corte Maggia, messo a disposizione di quegli illustri personaggi dalla munificenza dei proprietari conti Battaglia. Nella lettera “al magnifico e vertuoso Messer Francesco Torre”[2]premessa alla novella 10° della parte 2° narra di un desinare e di una cena ordinata dal sig. Cesare Fregoso nella villa di Montorio con invito a molti gentiluomini e donne anche venuti da Venezia “al mormorio de le freschissime e limpidissime fontane di Montorio tanto dal Boccaccio nel Filocopo celebrate……ed avendo loro il signor Cesare fatto apparecchiare un desinare e una cena a Montorio, fece anco invitar moltigentiluomini veronesi, e la signora Costanza sua moglie, invitò alcune donne…” e poi prosegue dicendo che al signor Cesare dispiacque molto che lui non fosse presente perché in altra città poiché il pranzo fu veramente luculliano. Dopo il desinare si fecero giochi  piacevoli, ci si riposò sotto le fresche ombre, si ballò al suono dei pifferi cui seguì un dotto conversare con messer Lodovico Dante Alighieri e il suo zio conte Raimondo Dalla Torre. Nella prefazione alla novella 55° parte 3° dedicata  al conte Bartolomeo di Canossa parla ancora del luogo “fuori città sovra la chiarissima e meravigliosamente fredda fontana del celebrato dal Boccaccio Montorio” dove rimasero“tutto un dì con desinare e cena luculliani, balli, canti e suoni” con invito a molti gentiluomini e gentildonne. Poi Francesco Dalla Torre lo condusse a conversare con Francesco Berni ed altri uomini di spirito e ingegno elevato “sotto un ombroso pergolato del giardino che è a canto del palòagio, luogo già avuto in delizie dagli antichi Signori Scaligeri”. Ancora nella lettera  al Magnifico et eccellente Dottore di LeggiPontificie et Cesaree Messer Lodovico Dante Alighieri premessa alla Novella 9° parte 4° così incomincia: “Era il chiarissimo signore Giovanni Delfino Podestà di questa inclita Città (fu podestà nel 1532), avendo in compagnia lo splendidissimo e valoroso signor Cesare Fregoso, generale de li cavalli dell’Illustrissima Signoria di Venetia capitano, con molti altri gentiluomini, ito a diportarsi a le amene, chiarissime fresche e pescose fontane del, celebrato nel Filocopo da Messer Giovanni Boccaccio, piacevole e fecondo  scrittore del Castello di Montorio. Quivi facendosi pescare, e prendendosi molte truttelle, temoli, gambari e quei delicati pesciolini dal capo grosso, che in diversi luoghi hanno sortito diversi nomi, e voi veronesi chiamare “mangeroni”, voi sovveniste, che eravate fuor de la Città, al nostro podere colà vicino. In quella, essendosi preso già del pesce assai e facendo gran caldo, il signor Podestà si ritirò al giardino del Palazzo, ove in diversi luoghi à le fresche ombre de gli arbori e pergolati, si assisero sopra la minuta e verde erbetta….”

E nella novella 9° parte 2° il Bandello racconta anche  la storia di Giulietta e Romeo preceduta da una lettera dedicatoria a messer Girolamo Fracastoro (1478-1553) umanista veronese: medico, poeta, filosofo, astronomo e matematico. Nella lettera lo ringrazia per averlo guarito da una fastidiosa calcolosi renale facendogli bere l’acqua delle terme di Caldiero dove sempre su consiglio del Fracastoro andava anche Cesare Fregoso e molti gentiluomini di Verona  I due si incontravano spesso nella villa che il dotto medico aveva ad Innaffi sulle alture del Garda. La novella è titolata: La sfortunata morte di due in felicissimi amanti che, l’uno di veleno e l’altro di dolore morirono, con vari accidenti. Ma certamente la novella non è farina del suo sacco perché l’autore è il vicentino Luigi Da Porto (1495-1529), redatta fin dal 1524 e forse già diffusa prima che uscisse stampata in Venezia per Benedetto Bendoni nel 1530. Il Da Porto informa di aver appreso la novella di Giulietta e Romeo da un suo arciere veronese di nome Pellegrino durante un viaggio da Udine a Gradisca. L’episodio giunse a Shakespeare attraverso il poemetto di Arthur Brooke: The tragical history of Romeo and Juliet editoa Londra nel 1562, che attinse più dal Da Porto che dal Bandello.



[1]              Era il grande palazzo che esisteva nell’attuale Corte Maggia, demolito intorno al 1820 dall’allora proprietario conte Albertini. Era così chiamato per il suo doppio ordine di loggiato che si stendeva lungo l’intero palazzo fatto erigere da Alberto Della Scala a metà del secolo XIII. Caduti gli Scaligeri la Loza fu venduta all’asta nel 1406 al conte Azzo di Castelbarco e dopo una serie di passaggi era stata infine donata dalla Signoria Veneta ai nobili Battaglia per servigi resi durante la conquista di Cremona.

[2]              Francesco Dalla Torre era segretario di Gian Matteo Giberti, vescovo di Verona dal 1524 al 1543. Il Giberti, oltre che grande riformatore della chiesa veronese fu anche un ottimo umanista e mecenate di artisti e letterati.

 

 

a cura di Lucia Fiorini

 

 

 

 

 

 

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