El viscio del nono – Tino Marcolini


Nel lontano 1943-44, frequentavo le elementari alle scuole Betteloni di Montorio e, durante le vacanze estive, andavo a trascorrere due, tre settimane dagli zii , a Moruri , il paesetto natale del papà ,allora ancora privo di impianti elettrici.
Il nonno paterno, un appassionato di caccia , che a quel tempo poteva avere più o meno la mia attuale età (83-84), occupava le sue giornate a nutrire, con carne cruda , la civetta ed il falchetto e con miglio, insetti e vermi, la grande varietà di uccelli che conservava nelle sue numerose gabbiette.
Questo “arsenale“di uccelli ,che a lui servivano da richiamo, gli permettevano, quasi a colpo sicuro ,di ottenere, durante la stagione di caccia autunnale, ottimi risultati.
Per catturare gli uccelli vivi, oltre alle reti, il nonno usava un prodotto che, secondo me, era uno dei rari a saperlo preparare: il vischio, “el viscio“.
Un giorno mi ha chiesto se avessi voluto aiutarlo a preparare la quantità di vischio annuale di cui aveva bisogno.
Ho sempre considerato questo suo invito , un gran privilegio.
La prima operazione consisteva nella raccolta di numerosi arbusti , relativamente diffusi nei boschi locali , dei quali si conservavano solo le radici.
In dialetto ,chiamavamo questo arbusto, “antana”.
Le mie ricerche mi hanno permesso di scoprire che si tratta, con molta probabilità del “viburnum lantana”.
La seconda operazione consisteva nel martellare leggermente le radici raccolte, per facilitare il prelievo della sola scorza esterna.

A questo punto il nonno doveva utilizzare uno strumento, mai visto prima, indispensabile alla preparazione del vischio.
Un massiccio mortaio di pietra ,alto un metro ,molto pesante ed una mazza, pure di pietra, simile nella sua forma ad un “batoccolo de campana “ che avrebbe servito da pestello.
Iniziava allora la lunga e faticosa operazione della macerazione delle radici, che permetteva di ottenere, una volta terminata, una palla di vischio puro , color miele ,delle dimensioni di una mela.
Di primordiale importanza era il periodico lavaggio in acqua fresca del materiale macerato, a fine di permettere la separazione progressiva delle scorie legnose, dal vischio in fase di formazione.
Le manipolazioni del vischio, doveva imperiosamente esser fatta con le mani bagnate. Si evitava così farlo appiccicare alla pelle. Un gran bel guaio !
Al termine di questa lunga operazione, potevamo fieramente ammirare la palla di vischio, libera infine, da ogni impurità.
Si doveva conservare, immersa in una bacinella d’acqua.
Ricordo benissimo la stanchezza, al termine di quella giornata !
“A letto presto stasera ! Anche la giornata di domani ,sarà lunga ! “

Non avevo idea di come il nonno avrebbe utilizzato questo vischio.
Il mattino seguente, dopo colazione e con un ‘panetto’ in tasca, ci siamo incamminati verso il bosco, seguiti da ‘napoli’, il cagnetto fedelissimo che seguiva il nonno come la sua ombra.
Avevo notato che il nonno, oltre al vischio che trasportava in un vasetto chiuso pieno d’acqua, portava sotto al braccio una ventina di bacchettine lunghe una trentina di centimetri.
Il nonno era un uomo alquanto taciturno ! “Si dovrebbe parlare solo quando è necessario“, mi ripeteva spesso !
Di conseguenza, ero in grado solo di indovinare, con un po’ di anticipo i gesti che il nonno, invece, aveva minuziosamente previsto nella sua testa !
“Tissiano, semo quasi rivà. Se fermaremo nel vajo, andó i useleti i va a ber, e metaremo zo le bachete col viscio”.
I suoi gesti, meticolosamente calcolati ,guidati dalla sua esperienza e dalle sue continue osservazioni ,gli permettevano di ottenere , quasi a colpo sicuro, risultati assai soddisfacenti.
Nei punti strategici del ruscello, presso i quali il nonno aveva osservato gli uccelli abbeverarsi, istallava una o più bacchettine ricoperte di vischio, in modo da facilitar loro l’accesso all’acqua.
Nel momento in cui l’uccello posava le zampette sulla bacchetta ,esse rimanevano istantaneamente incollate.
Sbattendo allora istintivamente le ali, nel tentativo di liberarsi, esse pure si incollavano, immobilizzandolo definitivamente.
Immancabilmente, il giorno seguente, il nonno veniva a liberarlo e dopo averlo minuziosamente ripulito, lo metteva in gabbia.
Con rispetto.

Ps: sono perfettamente cosciente che il racconto di questi vecchi metodi di caccia, possa provocare al giorno d’oggi, reazioni di

disgusto.
Non è questa, certo , la mia intenzione.
Questi antichi metodi di caccia, allora considerati normali, soprattutto nelle regioni rurali, sono da tempo ,sicuramente proscritti !

Un gran saluto

Tiziano Marcolini

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