#Che lingua parli? Dialetto veronese: viaggio nei modi di dire


 

Per parlare bene una lingua non è sufficiente conoscerne la grammatica, bisogna viverla e farne esperienza. Ecco dunque che il dialetto è la “lingua del vivere”, dove ogni azione e cosa ha un vocabolo o un modo di dire che la definisce e in molti casi non esiste una traduzione in lingua italiana. Quante volte ci siamo chiesti come si traduce in lingua corrente il termine “el sa da freschin”. Nessuna parola italiana riesce a restituire la pienezza di questo vocabolo dialettale, il cui significato per un veronese doc viene recepito immediatamente. La stessa cosa vale per la comicità…avete mai provato a raccontare una barzelletta in dialetto e poi ripeterla in italiano? Effetto stonato e straniante assicurato. La stessa cosa vale per i modi di dire, cioè tutte quelle locuzioni che contengono riferimenti ad avvenimenti, persone, usanze, tradizioni e oggetti che fuori dal territorio di origine sono difficilmente afferrabili e comprensibili, questo vale per la lingua italiana e ancora di più per il dialetto, che rievoca tradizioni popolari e locali. Ecco dunque un piccolo viaggio per conoscere meglio il significato di alcune espressioni dialettali veronesi, i loro usi e le loro origini. Per alcuni sarà un percorso noto e famigliare, per altri, come le nuove generazioni, sarà forse un modo per scoprire qualche pezzetto in più del mondo a cui appartengono, sicuramente sarà per tutti un’occasione per capire quanto una lingua, qualsiasi essa sia, rappresenti una fonte inesauribile di conoscenza e ricchezza.

Se il dialetto negli ultimi tempi tende sempre di più a “italianizzarsi”, i modi di dire mantengono tutto il loro colorito originale e rappresentano una benefica valvola di sfogo e libertà nei momenti in cui le parole “ordinarie” non bastano per esprimersi, insomma quando non si sa cosa dire e come dirla per rendere bene l’idea.

Modi di dire della settimana

Verghene (o Averghene) sempre una come ‘l caval (o musso) de Gonela

Traduzione letterale: “averne sempre una come il cavallo o mulo di Gonella.
Usato per dire: essere sempre afflitto da qualche guaio… averne sempre una.

Origine

È un modo di dire che si usa non solo a Verona ma anche in tutto il Veneto e nel Friuli. Il detto si riferisce ad un personaggio storico: il saltimbanco Pietro Gonella (Firenze1390 circa – Ferrara1441),    buffone di corte fiorentino al servizio dei signori ferraresi nel XV secolo e specialmente di Obizzo III d’Este e Niccolò III d’Este. Intorno alla sua figura fiorì in breve tempo una vasta leggenda e fu oggetto di divertenti storie narrate da novellieri e cantimbanchi, come quella  narrata da Matteo Bandello, “Novelle” 1554, novella XVII, in cui a seguito di una burla organizzatagli dal proprio padrone Niccolò III d’Este, adirato da un’iniziativa del Gonella, simulò una condanna a morte del buffone con decapitazione. Il Gonella, ignaro di tutto, nel giorno della sua finta esecuzione si inginocchiò e poggiò la testa sul ceppo affinché il boia gliela tagliasse. Nel momento fatale però, invece della scure, sulla sua testa si abbatté una secchiata d’acqua gelata, ma tale fu la paura che il povero Gonella morì d’infarto.  Il nesso tra il modo di dire e il personaggio storico si trova in un piccolo opuscolo dal titolo “Cenni sulla famiglia Gonella” scritto da Don Antonio Pighi (1848-1924), stampato nel 1905 e commissionatogli dall’allora Arciprete Abate della basilica di San Zenone Mons. Antonio Gonella. Il Pighi scriveva di Pietro Gonella che…è passato in proverbio il suo cavallo ch’era pieno di guidaleschi (piaghe) vecchio slombato, e perciò d’una simile rozza (cavallo debole e malandato) si suol dire che pare il caval del Gonella.

 

Per chi vuole approfondire

Giovanni Rapelli “Si dice a Verona” Cierre Edizioni
Don Antonio Pighi “Cenni della famiglia Gonella” https://www.sanmartinoba.it/Famiglia%20Gonella.pdf

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