Giochi pericolosi – Estate 1945. Di Tino Marcolini – Terza e ultima parte


Come trafugare le munizioni

di Tino Marcolini

Con la complicità del mio amico in Villa Wallner, avevamo messo a punto un piano per penetrare nella grotta, senza correre il rischio di essere scoperti dal soldato di guardia.

Il piano prevedeva che, mentre uno di noi, nascosto dietro un albero, teneva d’occhio il soldato di guardia intento a fare il giro della grotta, l’altro, al momento opportuno, si introduceva al suo interno. Dopo aver fatto un rapido inventario delle munizioni disponibili, ci caricavamo le munizioni più interessanti, nel nostro caso, intere “pezze” di pallottole da mitraglia e poi, pazientemente si aspettava il segnale previsto per uscire dalla grotta a gran corsa. Il segnale consisteva in un fischietto che imitava molto bene il canto del fringuello!
Entravamo alternativamente nella grotta, in modo che ognuno di noi si sarebbe esposto al pericolo di farsi prendere con le mani nel sacco!

Questo stratagemma, ci aveva permesso in breve tempo, di accumulare un piccolo arsenale di grosse pallottole da mitraglia.

Il bottino era nascosto in una buca che avevamo precedentemente scavato e ricoperto di erba. Quello che interessava a noi, non erano le pallottole, ma la polvere che esse contenevano. Dovevamo quindi trovare un modo, relativamente sicuro, per estrarla. Definimmo un metodo che aveva il vantaggio di essere rapido ma non eravamo in grado di valutare la sicurezza di tale sistema. Si utilizzava come base d’appoggio uno degli immensi cipressi tagliati dai tedeschi lungo la strada che dalla villa conduceva alla cascina dei Tosi. Dopo aver fatto in uno di questi tronchi dei buchi con un chiodo sufficientemente grandi e profondi da permettere al proiettile della pallottola di entrare con una certa difficoltà per fissarlo solidamente, bastava, muniti di una grossa pietra, assestare un solido colpo nella parte laterale della pallottola per squarciarla esattamente nel punto in cui era inserita la base del proiettile all’interno della pallottola.

Dalla pallottola squarciata, estraevamo allora la polvere che veniva raccolta in un sacchetto di carta.

Questo sacchetto rappresentava il nostro “bottino”, da scambiare con altri prodotti desiderati con altri gruppi di giovani del paese.

Questa attività, ci teneva occupati per gran parte della giornata. Tutto proseguiva bene, fino al giorno in cui, immersi nel lavoro di scarico di una “pezza” di pallottole, recentemente rubata nella grotta e seduti ai piedi del muretto della “prognela “ in via Olivé, di fronte al vecchio ufficio poste, non prestammo attenzione al camion degli alleati che si era fermato sul lato della strada, proprio di fronte a noi.

Mentre il conducente entrava nell’ufficio per prendere alcune lettere destinate ai soldati, il capitano, seduto a destra della cabina del camion, osservandoci dall’alto, si rese immediatamente conto di ciò che stavamo facendo e del grave pericolo al quale eravamo esposti.

Gridando qualche sproposito minaccioso in inglese, saltò giù dal camion, per arrestarci. Noi, rapidi come delle lepri, partimmo a correre in direzione di via delle Logge, (allora via Giuseppe Verdi).

Il capitano allora diede ordine al conducente di inseguirci con il camion.

Arrivati all’altezza del mulino dei Zanetti, il camion ci stava raggiungendo, mentre la nostra corsa incominciava a rallentare.
Ci venne allora un’idea geniale: girare a destra, subito dopo la Trattoria al Sole e prendere il vicoletto che conduceva in via Casaletto. Questo vicoletto, del quale non ricordo il nome, era largo all’inizio, partendo dalla via delle Logge, ma, si restringe in prossimità di via Casaletto, al punto da non permettere ad una automobile di passare.

Il camion che ci inseguiva dovette infatti, bruscamente frenare e fermarsi, impedendo nello stesso tempo l’inseguimento.

Contenti e felici, pensavamo di “averla fatta franca!”. Due giorni dopo, mi recai come al solito, alla casa della nonna.

Mentre mi divertivo, esercitandomi con la fionda nel cortile di fronte a casa, lo zio Gino, il più anziano dei due, allora reduce e convalescente della disastrosa campagna di Russia, mi chiese di avvicinarmi.
In quel momento non dubitavo affatto di ciò che mi aspettava! Quando fui alla sua portata, ricevetti uno schiaffone a mano rovescia sulla guancia destra, che mi fece vedere il firmamento e perdere l’equilibrio: “Se te tochi ancora le munissioni, te copo ! Eto capio?”.

Il capitano infatti, avendomi riconosciuto, aveva immediatamente avvertito lo zio di quanto era successo, incaricandolo di darmi un severo ammonimento.

Credetemi, da allora, le munizioni non le ho più toccate!

Foto: via Casaletto

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