Rapporto cave 2021, Legambiente: “diminuiscono le cave attive ma aumentano quelle abbandonate”


Legambiente: Rapporto cave 2021: “Rilanciare il settore delle costruzioni e ridurre il prelievo da cave accelerando nella direzione dell’economia circolare. Una svolta possibile”. Ecco i dati del report sulle attività estrattive in Italia con focus sul Veneto.


Le cave sono un indicatore efficace per capire a che punto siamo della transizione del settore delle costruzioni verso un modello che punti su qualità ambientale e riciclo.

Legambiente ha pubblicato l’edizione 2021 del Rapporto cave, riportando i risultati dell’attività di monitoraggio del settore, già iniziata nel 2008. Si tratta di un’analisi sui numeri e sugli impatti economici e ambientali delle attività estrattive nel territorio italiano, con riferimenti al quadro normativo nazionale, le direttive europee, le normative regionali ed i piani cava. La Lombardia è la prima regione per quantità cavata di sabbia e ghiaia, con 6,9 milioni di metri cubi estratti, seguono Piemonte (con 5,8 milioni di metri cubi), l’Emilia Romagna (5 milioni) e il Veneto (3,2 milioni).

Sono 4.168 le cave autorizzate in Italia e 14.141 le cave dismesse o abbandonate secondo i dati contenuti nel Rapporto Cave 2021 di Legambiente,  presentato il 10 maggio. La crisi del settore delle costruzioni iniziata nel 2008 si è fatta sentire e rispetto alla precedente edizione sono diminuite quelle attive, erano 4.752 nel 2017, ma aumentano quelle dismesse o abbandonate, ben 727 in più, con un numero che risulta davvero impressionante, anche perché solo una piccola parte vedrà un ripristino ambientale. Le cave di inerti e quelle di calcare e gesso rappresentano oltre il 64% del totale delle cave autorizzate in Italia, percentuale che supera l’81% se si analizzano le quantità estratte. Più basse le quantità estratte di materiali di pregio, come i marmi, ma la crisi si è fatta sentire meno per le esportazioni verso Stati Uniti e Medio Oriente. Vengono estratti annualmente 29,2 i milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia per le costruzioni, 26,8 milioni di metri cubi di calcare e oltre 6,2 milioni di metri cubi di pietre ornamentali. Con canoni irrisori e in base a un quadro normativo inadeguato, una pianificazione incompleta e una gestione delle attività estrattive senza controlli pubblici trasparenti. Il tema è di piena attualità visto il rilancio dei cantieri previsto con il Recovery plan, in particolare di alta velocità ferroviaria, ma anche in edilizia con il superbonus di cui si sta discutendo la proroga.

Questa situazione oggi può essere cambiata, come racconta il Rapporto di Legambiente, con esempi italiani e europei, e proprio la chiave del recupero e riciclo può contribuire non solo a ridurre progressivamente le cave ma a rilanciare il settore delle costruzioni. Inoltre, anche le attività estrattive possono essere gestite correttamente, ponendo attenzione a ridurre l’impatto sul paesaggio e delle attività. Sono diversi gli esempi in questo senso di cave attive e recuperate a vantaggio delle comunità coinvolte. Ma ora è il momento di accelerare nella transizione verso l’economia circolare, rafforzando trasparenza e legalità nel settore. Non è accettabile che il recupero di rifiuti provenienti da demolizione e ricostruzione veda numeri ancora così bassi e che si continui a devastare il territorio con l’estrazione di materiali che possono essere sostituiti da altri provenienti dal recupero e riciclo, e aprire cave senza garantire il recupero progressivo delle aree. La strada è quella segnata dalle direttive europee e dalle leggi nazionali, eliminando tutte le barriere al recupero e riciclo dei materiali per il loro utilizzo nelle opere pubbliche e nei cantieri privati. Purtroppo, larga parte dei rifiuti da demolizione e ricostruzione oggi finisce in discarica e siamo ben lontani dall’obiettivo del 70% di recupero fissato al 2020 dall’UE. Eppure, gli studi evidenziano come la filiera del riciclo in edilizia garantisca il 30% di occupati in più a parità di produzione.

Il punto sulle cave in Italia

Legambiente ha iniziato nel 2008 l’attività di monitoraggio del settore. Il quadro aggiornato evidenzia un calo delle cave autorizzate (attive e autorizzate ma in assenza di attività estrattiva in corso) che va di pari passo con la crisi del settore edilizio: sono 4.168 contro le 4.752 del Rapporto 2017 e le 5.725 di quello 2008 (- 37%). Le 14.141 cave dismesse, rilevate incrociando i dati forniti dalle Regioni e dalle Province Autonome con quelli di Istat, invece aumentano rispetto alle 13.414 del 2017. Spiccano i dati della Lombardia, con oltre 3.000 siti chiusi, ma anche della Puglia (2.522) e della Toscana (2.400). Mentre Sicilia, Veneto, Puglia, Lombardia, Piemonte e Sardegna sono le Regioni che presentano un maggior numero di cave autorizzate, almeno 300 in ognuna al momento dell’elaborazione dei dati.

I Comuni con almeno una cava autorizzata sono 1.667, il 21,1% del totale dei Comuni italiani. Di questi sono 1.192 i Comuni con 1 o 2 cave autorizzate sul proprio territorio, mentre 54 Comuni hanno più di 10 cave. Le storie raccolte nel Rapporto dimostrano quante sono le vertenze nei territori, da Carrara a Guidonia, da Caserta a Treviso, come vi siano tante attività nuove o vecchie che mettono a rischio il paesaggio italiano.

La normativa di riferimento

Il settore, così delicato per gli impatti e gli interessi, è governato a livello nazionale da un Regio Decreto di Vittorio Emanuele III del 1927. Da allora non vi è più stato un intervento normativo che determinasse criteri unici per tutto il Paese, mancano persino un monitoraggio nazionale della situazione o indirizzi comuni per la gestione e il recupero. Con il DPR 616/1977 le funzioni amministrative relative alle attività di cava sono state trasferite alle Regioni, e gradualmente sono state approvate normative regionali a regolare il settore. Purtroppo, ancora in molte Regioni si verificano situazioni di grave arretratezza e i limiti all’attività estrattiva sono fissati in maniera non uniforme. Sono assenti piani specifici di programmazione in Abruzzo (dove il P.R.A.E. è stato adottato ma mai approvato), Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia (dove il Piano è stato approvato preliminarmente), tutte Regioni che non hanno un Piano Cave vigente, a cui si deve aggiungere la Provincia Autonoma di Bolzano. L’assenza dei piani è particolarmente preoccupante perché si lascia tutto il potere decisionale in mano a chi concede l’autorizzazione. Sull’impatto ambientale delle cave è intervenuta l’Ue a imporci regole più attente; con la Direttiva europea 85/337 si è stabilito che l’apertura di nuove cave deve essere condizionata alla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. Ma in Italia l’obbligo vale solo per cave con superficie maggiore di 20 ettari, per cui la norma è il più delle volte aggirata.

I canoni

Le entrate percepite dagli enti pubblici con l’applicazione dei canoni sono estremamente basse in confronto ai guadagni del settore. Il totale nazionale di tutte le concessioni pagate nelle Regioni, per sabbia e ghiaia, è di 17,4 milioni di euro, a cui bisognerebbe sommare le entrate della Sicilia che variano in funzione della quantità cavata, oltre a una piccola quota derivata dall’ampiezza dei siti estrattivi, come avviene in Puglia. Cifre bassissime rispetto ai 467 milioni di euro all’anno ricavati dalla vendita. In Valle d’Aosta, Basilicata e Sardegna non sono previsti canoni concessori. In Lazio, Umbria, Puglia e della Provincia Autonoma di Trento non si arriva al 2% di canone rispetto al prezzo di vendita di sabbia e ghiaia. Se venisse applicato un canone, come avviene in Gran Bretagna, pari al 20% dei prezzi di vendita, gli introiti delle Regioni per l’estrazione di sabbia e ghiaia salirebbero a 93,5 milioni circa. Ad esempio, in Sardegna potrebbero entrare nelle casse regionali oltre 2,8 milioni di euro ed in Basilicata 486mila euro ogni anno. In totale, si possono stimare in almeno 333 milioni di euro le mancate entrate per canoni inadeguati, ogni anno tra inerti e materiali di pregio, dove i guadagni sono assai rilevanti grazie alle esportazioni. Se un canone di questo tipo si fosse introdotto negli ultimi dieci anni si sarebbe potuti generare quasi 4 miliardi di euro di entrate per le casse pubbliche.

Le buone pratiche dell’economia circolare in edilizia

Tante le buone pratiche raccontate nel Rapporto. Ad esempio, nei cantieri di demolizione realizzati dall’azienda dell’edilizia pubblica di Ferrara e nell’abbattimento dell’ospedale di Prato si è riusciti a recuperare il 99% di materiali dalle demolizioni selettive di edifici, da riutilizzare creando nuove imprese nei territori. Possiamo trasformare rifiuti provenienti dalla siderurgia e dall’agricoltura in materiali da usare nei sottofondi stradali e nella creazione di mattoni. Si possono creare intere filiere di materiali ad impatto zero, come avviene in Sardegna, o rifare centinaia di km di superfici stradali, piste ciclabili, aeree aeroportuali, con materiali riciclati al 100%. Ora è il momento di dare sbocco a questi materiali rendendo possibile la loro applicazione per riqualificare il patrimonio edilizio e infrastrutturale, i territori. Per rendere possibile questo scatto in avanti abbiamo bisogno però di politiche ambiziose e coerenti.

Gli obiettivi secondo Legambiente

La sfida dei prossimi anni è la rigenerazione delle città, la riqualificazione energetica e anti sismica del patrimonio edilizio; in questa prospettiva si può rilanciare il settore delle costruzioni puntando su qualità, sostenibilità, recupero e riciclo dei materiali.

Per Legambiente sono tre gli obiettivi principali da raggiungere. 1 Rafforzare la tutela del territorio, perché il quadro delle regole di tutela del territorio dalle attività estrattive è inadeguato e ancora troppi Piani contengono previsioni enormi di nuovi prelievi, invece di regolarne una corretta gestione, tutelando le aree di pregio e fissando regole per garantire sempre il recupero progressivo dei luoghi. 2 Stabilire un canone minimo nazionale per le concessioni di cava, come nel Regno Unito pari al 20% del valore di mercato, perché la strada dell’economia circolare passa per una revisione della fiscalità e in tutti i Paesi europei l’aumento dei canoni per le attività estrattive e per il conferimento a discarica degli inerti è stato il volano per la riorganizzazione e modernizzazione del settore verso il riciclo. 3 Ridurre il prelievo da cava attraverso il recupero degli inerti provenienti dall’edilizia e dal riciclo di rifiuti da utilizzare in tutti i cantieri, perché è vantaggioso per il paese e le imprese; per questo serve ridurre il conferimento a discarica, rendere economicamente vantaggioso l’utilizzo di materiali provenienti da recupero e riciclo a fronte di quelli provenienti da cava, facilitare il recupero, riciclo e riutilizzo in edilizia di rifiuti provenienti da tutti i settori e garantire sbocchi di mercato a questi materiali. In particolare, occorre accelerare l’approvazione dei decreti End of waste per garantire il passaggio da rifiuti a materiali per le costruzioni, sono tanti quelli in attesa con diversi settori, e approvare Criteri ambientali minimi (Cam) per le infrastrutture e per l’edilizia, in modo da dare riferimenti chiari ai cantieri pubblici e privati. Occorre accelerare la crescita di una moderna filiera in cui siano le stesse imprese edili a gestire il processo di demolizione selettiva degli inerti, provenienti dalle costruzioni in modo da riciclarli invece che conferirli in discarica. Per riuscirci occorre rendere trasparente e tracciabile il percorso dei rifiuti e spingere nelle gare sia il recupero dei materiali che l’utilizzo di quantità minime provenienti dal riciclo. Governo e Regioni prendano decisioni chiare per accompagnare e accelerare questa transizione.

Situazione in Veneto

Secondo Legambiente in Veneto, la recente L.R. 13/2018 ha portato miglioramenti nel quadro normativo regionale in materia di cave. Infatti, oltre ad escludere le aree non comprese nel Piano Cave (P.R.A.E) di cui finalmente la Regione si è dotata, vengono posti dei limiti importanti alle attività estrattive, con divieti assoluti di escavazione, ad esempio, in aree costiere soggette ad erosione, in ambiti naturalistici di livello regionale, in aree di importanza geologica e di interesse storico-culturale, o con vincoli di natura idrogeologica. Ma nonostante questo il Veneto resta tra le Regioni che autorizzano di più e che presentano un maggior numero di siti destinati alle attività estrattive: sono infatti 419 le cave autorizzate ad estrarre un totale di 4.830.000 metri cubi di inerti, mentre sono 1200 quelle dismesse o abbandonate. Molto elevati i numeri per l’estrazione di sabbia e ghiaia che con 3.200.000 metri cubi estratti: oltre un terzo del totale degli inerti estratti in Veneto.

Da notare come rimangono incredibilmente basse le sanzioni previste dalle norme regionali nei casi di coltivazione illegale, abusivismo, inosservanza delle prescrizioni previste dalle suddette leggi e per la mancata comunicazione dei dati. In Veneto infatti la sanzione viene applicata in base al valore commerciale del materiale cavato illegalmente. Un approccio decisamente troppo bonario verso le attività criminali.

Passi avanti grazie alla legge regionale 13/2018 sono stati fatti anche per quanto riguarda il ripristino delle cave dismesse, aspetto troppo a lungo trascurato. Oggi le azioni richieste risultano più dettagliate, da compiersi sia in fase di esecuzione dei lavori di coltivazione sia alla loro conclusione, per una ricomposizione ambientale che deve prevedere la sistemazione idrogeologica dei suoli, la ricostituzione degli aspetti ambientali, paesaggistici e naturalistici dell’area e che vieta di trasformare i siti estrattivi in discariche di rifiuti. Tutti aspetti che per Legambiente dovranno essere monitorati con cura da parte degli amministratori locali coinvolti dalla presenza di queste attività nel loro territorio.

Le entrate annue derivanti da canoni di concessione mostrano livelli ancora bassi, nonostante un generale lieve aumento dei canoni semplicemente adeguati al tasso di inflazione. In un contesto di questo tipo possono cantare vittoria solo gli operatori del settore, forti dell’alibi della crisi economica per il comparto che ci accompagna ormai dal 2008, che ogni anno vedono al contrario un giro d’affari di miliardi di euro per il solo comparto degli inerti.

Il canone della Regione Veneto per l’estrazione di sabbia e ghiaia infatti ammonta a 2.016.000 euro mentre quello da attività estrattive con prezzi di vendita è di 51 milioni 200mila euro: la  percentuale delle entrate derivanti dai canoni rispetto al prezzo di vendita è del 3,9%: un gap economico pubblico che si aggiunge alla perdita del patrimonio naturale.

Ma a destare preoccupazioni è la recente autorizzazione rilasciata dalla Regione per lo scavo di Cava Morganella che prevede il prelievo di ulteriori 4 milioni di metri cubi di ghiaia tra Ponzano Veneto e Paese in provincia di Treviso. Una cava che scenderà fino a 60 metri di profondità aumentando fino al 50% il suo volume di sfruttamento. Il progetto, dopo 13 anni di stop, riaccende la i riflettori su una delle cave più datate e più grandi d’Europa a cui è ancora concesso di scavare sotto falda in violazione dell’attuale legge regionale 13 del 2018 sulle cave, poiché autorizzata precedentemente all’entrata in vigore della precedente legge regionale 44 del 1982 che ha regolamentato il settore. Oggi la cava ha già raggiunto la profondità di 40 metri causando l’emersione della falda e la creazione di un enorme lago di circa 500 mila metri quadrati. Molte sono le ombre sul passato di questa cava che è già stata oggetto di condanna passata in giudicato per uno sversamento di rifiuti nella falda affiorante.

Sul fondo sono stati individuati nel 2012 dei materiali sulla cui pericolosità non vi sono al momento certezze, ma da allora non sono state fatte verifiche, nonostante un ordine del giorno approvato dal Consiglio Regionale le avesse raccomandate. In questo allarmante contesto i circoli territoriali di Legambiente e molti cittadini stanno cercando di opporsi all’iter delle autorizzazioni, chiedendo approfondimento rispetto al rischio di compromissione delle acque di falda e dei pozzi a valle della cava stessa a cui attingono 52 Comuni del trevigiano. Per fare chiarezza su questa opaca vicenda Legambiente ha effettuato richiesta di accesso a tutta la documentazione in possesso della regione riguardante Cava Morganella. Atti da qualche giorno finalmente in possesso dell’associazione e che verranno esaminati con estrema attenzione per valutare ogni azione utile a scongiurare le doverose preoccupazioni della cittadinanza, a tutela del patrimonio idrico in un’area vulnerabile e ricca di risorgive, già colpita dalla drammatica vicenda dell’inquinamento da Pfas che ha compromesso le acque potabili di 300mila persone.

Alberto Speciale

(Foto di copertina “Cava Ferrazze”, Segala Srl, via Falcona, Montorio, VR)

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