“Cava Ferrazze” – Consiglio di Stato: no definitivo a qualsiasi ipotesi di ampliamento


Michele Bertucco. Cava Ferrazze: dopo 22 anni il Consiglio di Stato chiude a qualsiasi possibilità di ampliamento

Si pubblica di seguito il comunicato stampa del consigliere comunale Michele Bertucco. La nostra Associazione ne aveva parlato in questo articolo.

Con sentenza del Consiglio di Stato n. 8697 pubblicata il 28 dicembre 2021 è stato respinto definitivamente il ricorso presentato dalla ditta Segala Srl contro la Delibera della Giunta Regionale del Veneto n. 3165 del 14 settembre 1999 che negava la possibilità di ampliare la “cava Ferrazze” a Montorio.

Su questa vicenda si era già pronunciato nel 2014 il TAR del Veneto (sentenza n. 363) che anche in quel caso aveva respinto la richiesta di ampliamento della cava.

L’ area di cava si trova nella parte est del comune di Verona tra gli abitati di Montorio, San Michele Extra e San Martino Buon Albergo in prossimità dell’abitato di Ferrazze.

La cava di ghiaia e sabbia denominata “Ferrazze” era stata autorizzata con DGRV n. 1341 del 11.03.1980 e doveva chiudere l’attività di escavazione entro il 31 dicembre 1990 ma, poi nel corso degli anni aveva ricevuto varie proroghe dei termini di escavazione, a causa anche delle numerose variazione di intestazione della titolarità (da Segala Luciano passando da Segala Luciano Srl a Segala Srl) fino all’ultimo Decreto n. 276 del 30 aprile 2021 del direttore della Difesa Suolo della Regione Veneto che ha concesso la proroga di 5 anni dei termini per la conclusione dei lavori di coltivazione della cava Ferrazze.

Nella sentenza del Consiglio di Stato si scrive che, a differenza di quanto sostenuto dalla ditta Segala Srl:“… Inoltre, non può darsi seguito all’affermazione dell’appellante, per cui il richiesto ampliamento non avrebbe potuto pregiudicare l’equilibrio ambientale ed idrogeologico della zona dato che era già stata praticata un’escavazione per 200.000 mq: tale affermazione risulta apodittica, restando indimostrato che l’esclusione di un tale pregiudizio non potesse derivare dal negato ampliamento, proprio in quanto espansivo di un’ampia escavazione già praticata …”.

La vicenda di cava Ferrazze rappresenta in maniera emblematica le modalità con cui sono state gestite le cave nella regione Veneto. La cava era stata autorizzata nel 1980 e doveva essere chiusa e ricomposta nel 1990 è stata invece prorogata fino al 2026 e questo perché la regione ha sempre avuto ampie discrezionalità per modificare ambiti estrattivi e quantitativi concessi: in pratica, anziché rispondere ai bisogni reali del territorio, le autorizzazioni per le cave hanno sempre subito fortissime pressioni all’interno dei palazzi regionali per renderle più congeniali alle esigenze degli operatori, ben attrezzati con le loro lobby al di fuori di quelli che sono invece i normali meccanismi di controllo da parte di cittadini e degli enti locali preoccupati per le trasformazioni del loro territorio.

Ora attendendo, si spera, la definitiva chiusura della cava Ferrazze si è detto un no definitivo a qualsiasi ipotesi di ampliamento.

Verona, 6 gennaio 2022

Michele Bertucco, consigliere comunale Verona e Sinistra in Comune


In allegato la sentenza del Consiglio di Stato

Pubblicato il 28/12/2021

N. 08697/2021REG.PROV.COLL.

N. 09117/2014 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 9117 del 2014, proposto dalla società
Segala S.r.l. (Già Segala Luciano S.r.l.), in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Daniele Maccarrone, domiciliato presso la Segreteria sezionale del Consiglio di Stato in Roma, piazza Capo di Ferro, n.13,

contro

la Regione Veneto, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliataria ex lege in Roma, via dei Portoghesi, n. 12,

per la riforma

della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto (Sezione Seconda) n. 00363/2014, resa tra le parti, concernente diniego di autorizzazione all’ampliamento di una cava

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio della Regione Veneto;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 16 novembre 2021 il Cons. Carla Ciuffetti;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

1. Con la sentenza in epigrafe è stato respinto il ricorso della società appellante, diretto all’annullamento della delibera della Giunta della Regione Veneto, n. 3165, in data 14 settembre 1999, recante diniego della richiesta autorizzazione all’ampliamento di una cava.

2. Il gravame è affidato ai seguenti motivi:

a) “violazione e falsa applicazione dell’art. 44, comma 1, lettera g), legge regionale Veneto n. 44/82, eccesso di potere per illogicità, travisamento dei fatti e insufficienza di motivazione, carenza istruttoria, errata valutazione del primo motivo di ricorso”: erroneamente il Tar avrebbe respinto il primo motivo del ricorso, seguendo la prospettazione dell’Amministrazione, poiché i lavori di cava non si sarebbero avvicinati alla sottostante falda acquifera a distanza inferiore dai prescritti due metri; la società avrebbe assunto la misura di 47,5 m s.l.m. quale quota della stessa falda per l’impostazione del piano di scavo, in coerenza con la prescrizione normativa che ne individua il limite nella “media delle massime riscontrate in un congruo periodo di tempo”; la ricognizione dell’andamento medio del livello di falda durante circa 50 anni, mostrerebbe valori compresi tra 46,5 e 47 m s.l.m., quindi inferiori all’indicata misura di 47,5 m s.l.m.; tuttavia, a causa dell’erronea prospettazione dell’Amministrazione, il Tar avrebbe assunto come criterio di riferimento il livello di massima escursione della falda di 48 m s.l.m., che era stato raggiunto nel 1981, così concludendo che gli scavi avrebbero raggiunto il limite di 1,5 metri dalla falda stessa, anziché il limite prescritto di 2 metri; tale conclusione, nel riferirsi ad uno specifico livello di escursione della falda avrebbe trascurato il disposto dell’art. 44, co.1, lett. g), l.r. n. 44/1982, che prescrive che si prenda a riferimento, non uno specifico valore, ma la “media delle massime riscontrate in un congruo periodo di tempo”; l’atto impugnato sarebbe censurabile anche sotto il profilo del difetto di motivazione e di istruttoria, non recando alcuna specifica motivazione in ordine al pregiudizio per l’equilibrio idrogeologico della zona ricollegato all’eventuale ampliamento della cava; illegittimamente detto atto farebbe riferimento al parere della Commissione tecnica regionale per l’attività estrattiva, che, a sua volta, si limiterebbe a rinviare genericamente ad “atti programmatori” del Comune finalizzati al mantenimento di “un delicato equilibrio idrogeologico-ambientale”, tra cui una delibera consiliare del 1985, che avrebbe “individuato quale unica zona idonea all’escavazione quella verso il confine ovest, escludendo l’area oggetto dell’istanza di ampliamento, perché posta ad est”; tuttavia, tale esclusione non sarebbe stata recepita nel PRG, né il vigente PAT avrebbe posto alcun vincolo sulla zona della cava, la cui destinazione agricola non costituirebbe alcun impedimento allo svolgimento della relativa attività; in ogni caso la stessa attività non avrebbe arrecato alcun pregiudizio alla falda date le sue caratteristiche, nonché la mancanza di comunicazione con altre falde, il deflusso sotterraneo e il ricambio della falda; poiché, la deliberazione della Giunta regionale in data 11 marzo 1980 aveva escluso conseguenze inquinanti per escavazioni di circa 8 metri sotto la falda freatica, una tale conclusione a maggior ragione avrebbe dovuto essere raggiunta per l’attività di escavazione da svolgere a 2 metri dalla falda; il Piano regionale delle attività di cava (PRAC), adottato dalla Giunta Regionale del Veneto con deliberazione del 14 novembre 2013, n. 2015, avrebbe ribadito lo stesso limite di 2 metri e avrebbe previsto la possibilità di ampliamento della cava in questione; pur essendo stato adottato dopo l’emanazione dell’atto impugnato, il PRAC dimostrerebbe che nell’area della cava non vi sarebbe stato alcun “delicato equilibrio ambientale” suscettibile di compromissione.

b) “violazione e falsa applicazione sotto altro profilo dell’art. 49, comma 1, lettera g), legge regionale Veneto n. 44/82, eccesso di potere per illogicità, travisamento dei fatti e insufficienza di motivazione, carenza istruttoria, eccesso di potere per illogicità e travisamento, errata valutazione del secondo motivo di ricorso”: erroneamente il Tar avrebbe respinto il secondo motivo del ricorso, ritenendo dimostrato, in base alla prospettazione dell’Amministrazione, che l’attività in questione non avrebbe consentito la distanza di rispetto dalla Fossa Murara di almeno 10 metri, giungendo invece a 7 metri di distanza e che nel progetto di ampliamento non fossero contemplate le “conseguenze che l’attività di coltivazione è suscettibile di cagionare alla Fossa Murara”; infatti, a seguito di un confronto con l’Ente gestore di tale corso d’acqua, detta relazione aveva espressamente previsto che, lungo il perimetro esterno della cava, vi fosse “una fascia di rispetto larga circa 10 m per una lunghezza di circa 280 ml per una superficie di circa 2.800 mq”, nonché “una scarpata di 25° a raccordo col piano di scavo”; comunque, si sarebbe dovuta escludere una permeabilità delle acque del corso Fossa Murara nella cava, dato che, in altra area della stessa cava, posta allo stesso livello del piano estrattivo di ampliamento, non si sarebbe mai verificata alcuna infiltrazione; in ogni caso, l’attività di cava avrebbe reso necessario “un passaggio di larghezza non inferiore a 12-15 metri, tra la scarpata della Fossa Murara e la scarpata di cava, per consentire ai mezzi meccanici di scavo e trasporto di eseguire le opere di estrazione” e la misurazione della distanza tra il corso d’acqua e gli scavi avrebbe dovuto essere effettuata con riguardo alla distanza “tra il ciglio di scavo in progetto e il centro del corso d’acqua”;

c) “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 44, comma 2, legge regione Veneto n. 44/1982, eccesso di potere per illogicità e insufficienza della motivazione, errata valutazione del terzo motivo”: erroneamente il Tar avrebbe rigettato la censura con cui si evidenziava che l’Amministrazione, invece di respingere l’istanza di ampliamento della cava, avrebbe dovuto stabilire – come avvenuto in passato – le prescrizioni che avrebbero potuto rendere possibile l’attività, ai sensi dell’art. 44, co. 2, l.r. n. 44/1982; il primo giudice avrebbe tratto conclusioni apodittiche dalla constatazione che l’originaria autorizzazione era stata prorogata per otto volte consentendo lo sfruttamento della cava e dal parere contrario della Commissione tecnica regionale per le attività estrattive espresso in data 23 novembre 1998, elementi di cui nell’atto impugnato non vi sarebbe alcun riscontro.

3. La Regione Veneto si è costituita in giudizio chiedendo il rigetto dell’appello.

4. La causa, chiamata all’udienza del 16 novembre 2021, è stata trattenuta in decisione.

5. Il primo motivo d’appello concerne l’asserita violazione dell’art. 44, co. 1, lett. g), della legge della Regione Veneto n. 44/1982, vigente all’epoca dei fatti. In base a tale disposizione “non è consentito di portare a giorno, sia pure temporaneamente, le falde freatiche con i lavori di cava o di avvicinarsi a una distanza inferiore a m. 2 rispetto al livello di massima escursione valutata come media delle massime riscontrate in un congruo periodo di tempo”.

Ad avviso del Collegio, la formulazione della disposizione evidenzia l’intento del legislatore regionale di rimettere alla discrezionalità dell’Amministrazione la congruità del periodo di tempo da prendere a riferimento per la determinazione della massima escursione. Un tale intendimento va letto alla luce del principio di precauzione, che “impone che l’autorità amministrativa interessata ponga in essere un’azione di prevenzione anticipata rispetto al consolidamento delle conoscenze scientifiche” (Cons. Stato, sez. V, 18 maggio 2015, n. 2495), e dei principi di “corretto uso delle risorse”, “rigorosa salvaguardia dell’ambiente” e “massima conservazione della superficie agraria utilizzabile a fini produttivi”, cui l’art. 1 della l.r. n. 44/1982 ha finalizzato la disciplina in materia di ricerca e coltivazione di cave. Ne consegue che non può ritenersi che, nella fattispecie, l’assunzione da parte dell’Amministrazione dell’anno 1981, che si era dimostrato particolarmente piovoso, come parametro di riferimento abbia costituito una violazione della citata disposizione. In base a tale parametro, dunque, il livello di 47,5 m.s.l. assunto dal progetto di ampliamento, si palesava insufficiente, oltre a derivarne un avvicinamento degli scavi a meno di 2 metri.

I principi richiamati nell’art. 1 della l.r. n. 44/1982 portano a ritenere insussistenti i dedotti difetti di motivazione e di istruttoria. Come evidenziato dal Tar, la società era stata autorizzata a coltivare la cava prima dell’entrata in vigore della l.r. n. 44/1982, ma, successivamente, ogni ulteriore provvedimento avrebbe dovuto tenere conto del citato art. 1, postulando “criteri di valutazione più stringenti in materia di tutela dell’ambiente che, in quanto tali, non consentono un’automatica trasposizione delle valutazioni di compatibilità in precedenza emesse”.

Se tra gli strumenti di pianificazione dell’attività di cava previsti dall’art. 4 della l.r. n 44/1982 non sono contemplati strumenti di competenza comunale, tuttavia la Regione non avrebbe potuto prescindere dal parere contrario del Consiglio del Comune di Verona, riportato nelle premesse del provvedimento impugnato. E’ vero che non sussiste un’incompatibilità in via assoluta tra la destinazione agricola di un’area e l’attività estrattiva (cfr, Cons. Stato, sez. VI, 14 febbraio 2002, n. 872; id. n. 1945/2003). Tuttavia, il suddetto parere, pur non potendo esaurire le ragioni del diniego, come in effetti risulta dalla formulazione del provvedimento impugnato, non avrebbe potuto però essere superato in mancanza di congrue ragioni, che non risultano idoneamente fornite dall’appellante; ciò, pena l’irragionevolezza dell’operato dell’Amministrazione e il contrasto con i principi di cui all’art. 1 della l.r. n. 44/1982: infatti a tali principi è ascritta la valorizzazione del ruolo degli enti locali, dei quali l’art. 8 della stessa legge prevede la partecipazione al procedimento di formazione del piano provinciale dell’attività di cava. Analoghe considerazioni devono svolgersi per il parere negativo della Commissione tecnica provinciale per le attività di cava, definito obbligatorio dall’art. 40, secondo comma, lett. a) della l.r. n. 44/1982, e per il parere negativo della Commissione tecnica regionale.

Inoltre, non può darsi seguito all’affermazione dell’appellante, per cui il richiesto ampliamento non avrebbe potuto pregiudicare l’equilibrio ambientale ed idrogeologico della zona dato che era già stata praticata un’escavazione per 200.000 mq: tale affermazione risulta apodittica, restando indimostrato che l’esclusione di un tale pregiudizio non potesse derivare dal negato ampliamento, proprio in quanto espansivo di un’ampia escavazione già praticata. Nemmeno può darsi seguito alla tesi dell’appellante con la quale, da un lato, si sottolinea che l’individuazione delle aree da destinare a coltivazione di cave e di quelle escluse da tale attività non sarebbe stata effettuata con definitivi atti di pianificazione del territorio comunale e, dall’altro, si richiama il PRAC adottato dalla Giunta Regionale del Veneto con deliberazione n. 2015/2013: in disparte il fatto che l’art. 4 della l.r. n. 44/1982 non prevedeva livelli di pianificazione comunale dell’attività di cava, va notato che quest’ultima deliberazione non solo è intervenuta successivamente ai fatti di causa, ma concerne l’adozione, non l’approvazione, del PRAC.

6. Il motivo d’appello richiamato sub 2, lett. b) deve essere considerato infondato. Nella relazione del progetto di ampliamento, depositata in primo grado, la roggia Fossa Murara risulta richiamata solo per l’indicazione del confine ad est della cava e non risulta formulata alcuna considerazione in ordine alle misure da adottare per il rispetto di una fascia di distanza di 10 metri (a tali misure non può ascriversi l’esigenza della società di avere uno spazio sufficiente per il transito dei mezzi necessari); esse non sono adombrate dall’atto d’appello, in cui si si afferma che la distanza di 10 metri andrebbe misurata tra il ciglio della cava e il centro della roggia. Può inoltre aggiungersi che, nella tavola n. 8 del progetto di ampliamento, depositata nel giudizio di primo grado dalla Regione, due misurazioni della fascia di rispetto recano l’indicazione di 6 e 7 metri.

7. Anche le censure richiamate sub 2, lett. c) devono essere ritenute infondate. L’infondatezza delle censure svolte sotto i profili dell’istruttoria e della motivazione del provvedimento, nonché la lacunosità della relazione del progetto di ampliamento, sotto il profilo delle misure per il rispetto della distanza dalla roggia, portano a ritenere che non sussistesse alcun obbligo dell’Amministrazione di individuare misure cui condizionare il rilascio dell’autorizzazione. Non vale evocare precedenti in cui tali misure sarebbero state previste, in quanto come correttamente osserva la difesa della Regione, non possono essere posti a carico della finanza regionale studi e indagini necessari per definire le stesse misure a fronte di una carenza progettuale del privato.

8. In conclusione, per quanto sopra esposto, l’appello deve essere respinto.

Il regolamento delle spese del grado di giudizio, liquidate nel dispositivo, segue la soccombenza.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge e, per l’effetto, conferma la sentenza impugnata.

Condanna l’appellante alla rifusione, in favore dell’Amministrazione, delle spese processuali del secondo grado di giudizio, liquidate in complessivi euro 3.000,00 (tremila/00), oltre s.g. e accessori di legge con rifusione del c.u. se versato.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

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