In questo breve articolo raccontiamo la conquista del voto femminile, il ruolo delle donne nella Costituente (il 1° gennaio 2028 saranno 80 anni dall’entrata in vigore della Costituzione) e le leggi che per decenni le avevano escluse dalla vita politica
C’è un giorno dimenticato dalla storia di cui oggi vogliamo celebrare la ricorrenza. Il 1° febbraio 1945 segna una delle svolte più profonde della storia repubblicana: con il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23/1945, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 22 del 20 febbraio 1945, si sanciva che finalmente le donne potevano votare ed essere elette. Per la prima volta, il principio di suffragio universale diventa realtà anche nel nostro Paese.
Un giorno storico che ha permesso alle donne italiane l’anno seguente di abbandonare per qualche ora il focolare domestico e per la prima volta mettersi in fila davanti ai seggi. E non, come in tanti credono, per votare al Referendum tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946, bensì per la prima tornata di elezioni amministrative del marzo 1946. Finalmente a votare sarebbero stati i cittadini di entrambi i sessi.
L’Italia è ancora nel pieno della guerra, divisa e ferita, ma già capace di compiere un atto di straordinaria modernità democratica. Il decreto stabilisce che tutte le cittadine maggiorenni possano votare alle elezioni amministrative e politiche, con un’unica eccezione (poi superata): l’esclusione delle meretrici “schedate” come previsto all’art. 4, “(…) non possono essere iscritti (si con la “i”) nelle liste elettorali le donne indicate nell’art. 354 del Regolamento per l’esecuzione del testo unico del,e leggi di pubblica sicurezza, approvato con R. decreto 6 maggio 1940, n. 635″.
Fino ad allora, infatti, la voce delle donne era rimasta inascoltata, soffocata da una cultura che le relegava ai margini della vita pubblica. Ma quel primo febbraio di 81 anni fa le cose finalmente cambiarono e le donne presero parte attiva allo svolgersi della storia.
Ma è con il decreto luogotenenziale n.74 del 10 marzo 1946, in occasione delle prime elezioni amministrative postbelliche (che si svolsero il 10, 17, 24, 31 marzo e 7 aprile), che le donne con almeno 25 anni di età potevano eleggere ma soprattutto essere elette. E fu così per le prime sei sindache donne elette in Italia: Margherita Sanna a Orune, in provincia di Nuoro; Ninetta Bartoli a Borutta, in provincia di Sassari; Ada Natali, che sarà poi parlamentare, a Massa Fermana, in provincia di Fermo; Ottavia Fontana a Veronella, in provincia di Verona; Elena Tosetti a Fanano, in provincia di Modena; Lydia Toraldo Serra a Tropea, in provincia di Vibo Valentia.
Pochi mesi dopo, il 2 giugno del 1946, in Italia si scrive un’altra, importante pagina. Si vota per il referendum sulla forma istituzionale dello Stato. Cittadini e cittadine italiane, aventi diritto di voto, sono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica. Le donne si recano in massa alle urne. Anche il loro voto porta ad una svolta radicale nella storia del Paese.
Nel 1946 ventuno donne vengono elette nell’Assemblea Costituente. Cinque di loro sono tra i componenti della Commissione incaricata di scrivere la Costituzione. Sono Nilde Iotti, Angela Gottelli, Teresa Noce, Angelina Merlin e Maria Federici.
Il suffragio universale non fu solo un diritto conquistato: fu l’inizio di una partecipazione attiva alla costruzione della nuova Italia.
Alle elezioni del 2 giugno 1946 vennero elette 21 donne all’Assemblea Costituente, cinque di loro sono tra i componenti della Commissione incaricata di scrivere la Costituzione. Sono Nilde Iotti (PCI), Angela Gottelli (DC), Teresa Noce (PCI), Angelina Merlin (PSIUP) e Maria Federici (DC). Per la prima volta nella storia, le donne sedevano accanto agli uomini per scrivere la Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948.
- Adele Bei (PCI)
- Bianca Bianchi (PSI)
- Laura Bianchini (DC)
- Elisabetta Conci (DC)
- Maria De Unterrichter Jervolino (DC)
- Filomena Delli Castelli (DC)
- Nadia Gallico Spano (PCI)
- Angela Maria Guidi Cingolani (DC)
- Teresa Mattei (PCI) – la più giovane
- Angiola Minella (PCI)
- Rita Montagnana Togliatti (PCI)
- Maria Nicotra Fiorini (DC)
- Ottavia Penna Buscemi (Fronte dell’Uomo Qualunque)
- Elettra Pollastrini (PCI)
- Maria Maddalena Rossi (PCI)
- Vittoria Titomanlio (DC)
Le costituenti portarono nella Carta temi fino ad allora ignorati come: tutela della maternità, parità morale e giuridica dei coniugi, diritto al lavoro per le donne, protezione dell’infanzia, rifiuto di ogni discriminazione.
L’articolo 3 della Costituzione — “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso” — porta chiaramente la loro impronta.
Perché prima le donne non potevano votare? La discriminazione politica delle donne italiane non era un fatto “di costume”, era scritta nell seguenti leggi:
1. Legge elettorale del Regno d’Italia (1861–1912). Il diritto di voto era riservato ai maschi, contribuenti e alfabetizzati. Le donne erano escluse per definizione.
2. Legge Giolitti del 1912. Estese il voto a tutti gli uomini maggiorenni, ma non alle donne.
3. Legge fascista del 1926. Il regime abolì ogni forma di elezione democratica e rese impossibile qualsiasi partecipazione politica femminile.
4. Codice Civile del 1865 e poi del 1942. Le donne erano considerate legalmente incapaci in molte situazioni: non potevano ricoprire cariche pubbliche, non potevano essere tutrici senza autorizzazione, erano subordinate al “capo famiglia” (il marito).
Il voto femminile fu quindi impedito da un sistema giuridico che considerava la donna non pienamente cittadina.
Il suffragio universale femminile non fu solo un atto giuridico: fu un atto di giustizia storica. Permise alle donne di votare, essere elette, contribuire alla scrittura della Costituzione, partecipare alla vita pubblica e trasformare la società italiana.
Il 1° febbraio 1945, il 10 marzo 1946 e il 2 giugno 1946 non sono solo date: sono il simbolo di un’Italia che sceglie la democrazia, la parità e la dignità di tutte le persone.
Alberto Speciale

